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Sigfrido Ranucci ora querela il "metodo Report"

Il giornalista fa causa a se stesso: per anni ha fatto inchieste su tutti, adesso che è lui ad essere al centro della scena attacca chi dà notizie e vuole censurare i colleghi
di Pietro Senaldi martedì 14 luglio 2026

4' di lettura

Colpo di scena: Sigfrido Ranucci fa causa a se stesso. Va bene, non a se stesso in persona, ma al suo metodo d’inchiesta sì. Il contrappasso del conduttore di Report, divenuto vittima della macchina che ha fatto girare ai massimi livelli, quella del fango. Ebbene sì, il legale della star televisiva con l’agenda più torbida del quartierino ha annunciato querele a nastro «per diffamazione aggravata e altri reati». Il giornalista si sente danneggiato dalla gragnola di notizie sui fatti suoi innescata dai provvedimenti della Procura di Roma che indaga sull’attentato da lui subito a ottobre, ne ha ben donde e non ci sta. Quindi vuol tappare la bocca a tutti e al diavolo la libertà d’informazione; va sospesa, proprio come Report, muoia Sansone con tutti i filistei.

Bersaglio di Sigfrido sono «gli articoli, le illazioni, congetture, dichiarazioni diffuse sulla sua vicenda che hanno trasformato, mediante esplicite allusioni, la vittima dell’attentato nel suo beneficiario attraverso affermazioni che affermano o suggeriscono di un finto agguato e altre analoghe formulazioni che paventano vantaggi conseguenti». La ricaduta «umana e professionale» sul vicedirettore Rai è giudicata dallo stesso «di inaudita gravità». Chi è senza peccato, scagli la prima pietra, diceva secoli fa un vero fustigatore dei costumi che non ha mai scagliato neppure un granello di sabbia contro nessuno. Anche in questo il conduttore di Rai3 si sente diverso. In nome della notizia, anzi del verosimile, anzi della rielaborazione della realtà secondo finalità propagandistiche, anzi dell’azzeramento della verità, portando in luce solo aspetti parziali delle storie umane di cui si occupava e quindi distorcendole, Report ha fatto negli anni carne di porco di colpevoli e, soprattutto, innocenti. Oggi, che è lui nel menù, Ranucci vorrebbe che i suoi colleghi non banchettassero sui suoi guai. Troppa grazia chiede.

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La sua denuncia non è che la sintesi del suo metodo, stavolta messo in pratica da altri. Ma non finisce qui. C’è un’ulteriore denuncia, stavolta presentata da Ranucci con alcuni dei suoi collaboratori più autorevoli. È per rivelazione del segreto d’ufficio e del segreto investigativo ed è rivolta «non ai colleghi che hanno pubblicato», ma alle fonti che questi segreti hanno violato, in barba alla legge. Anche qui, la squadra di Report sembra prendersela un po’ con se stessa, quando attacca la rivelazione di «intercettazioni telefoniche, estratti di atti, verbali di sommarie informazioni testimoniali relativi a un’indagine tuttora in corso e di elevatissima delicatezza per il grave attentato dinamitardo».

Sotto accusa in particolare «l’uso parziale e strumentale delle informazioni e le narrazioni distorte». E se lo dicono loro, che in materia sono maestri, c’è da credergli. In un atto legale non si può pretendere, ma chissà se questa vicenda, che lo ha comprensibilmente molto scosso, ha fatto riflettere il conduttore di Report sui suoi metodi giornalistici. E se, tornando in video in autunno, avrà capito o sarà ancora più avvelenato. Certo, la trasformazione del cronista nell’eroe mitologico di cui porta il nome si è compiuta. Ranucci è diventato ormai il soggetto di una puntata di Report. La tradizione germanica racconta che Sigfrido si credeva immortale dopo aver ucciso il drago e avere fatto il bagno nel suo sangue. Ma in realtà non lo era, conservava ancora un punto debole e, dopo una vicenda di intrighi di corte, inganni e tradimenti, un amico e rivale lo colpì proprio lì, alle spalle, causandone la morte.

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Il ristorante Cefalù, in quel di Monteverde Vecchio, dell’amico e fonte Valter Lavitola, sospettato dalla magistratura di aver ordito l’attentato ai danni del vicedirettore Rai, non ha la potenza suggestiva di una corte medioevale; pare più l’osteria di una commedia post-neorealista sulle miserie italiche. Però è sempre più probabile che sia uno dei luoghi centrali della vicenda. È pronto a scommetterci un altro grande giornalista di inchiesta Rai, Massimo Giletti, che ieri ha pubblicato un video. Con il piglio di chi sa molto ma dice solo una parte, ha sganciato un poker da ko. Ci sarebbe un terzo uomo, tra Lavitola e Ranucci, al momento preoccupatissimo, molto noto e frequentatore del Cefalù, ora attenzionato dalla Procura, incerta se nella vicenda abbia giocato un ruolo consapevole o inconsapevole.

Occhio poi al nome di Corrado - un personaggio televisivo, uno pseudonimo?-, che gli attentatori continuano a ripetere nelle intercettazioni, con quella frase inquietante, «ci pagano perché non li facciamo arrivare a Corrado». Infine la doppia riflessione. Le carte della Procura fanno chiaramente capire che l’attentato non voleva fare male, aveva una valenza simbolica. Inoltre, chi ha guidato gli esecutori materiali dell’agguato, doveva per forza conoscere bene gli spostamenti di Ranucci, da qui lo scenario del traditore interno. Queste le suggestioni di Giletti, che lascia intuire che la vicenda parte da molto lontano, dal passato controverso di Lavitola, fatto di speculazioni sul gioco d’azzardo, dossier tra Montecarlo e Saint Lucia, casinò, coralli e strade che si incrociano sempre. Non c’è che dire: questa puntata di Report è la più interessante mai andata in onda. Forse perché stavolta Ranucci è la marionetta e non colui che tira i fili.

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