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Berlusconi: "Il mio più grande errore? Non fingermi di sinistra"

Nicoletta Orlandi Posti
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L'uveite all'occhio non è ancora passata. Ma, nel complesso, ai dirigenti ricevuti ieri a Palazzo Grazioli, Silvio Berlusconi è apparso in forma. Tonico. Tanto che in serata si concede un'uscita. In realtà, un semplice giro dell'isolato per inaugurare la biennale dell'antiquariato allestita dentro Palazzo Venezia. Ad aspettarlo c'è il finto Renzi di “Striscia la notizia”, interpretato da Ballantini. Silvio gli stringe la mano divertito. Il vero Matteo, l'altra sera, è stato bravo a mettere in riga “l'antiquariato” del Pd. I vari D'Alema, Bersani. Però il giudizio dell'ex premier sulla riforma del lavoro rimane sospesa. «Scendere a patti con la minoranza interna vuol dire annacquare la riforma dell'articolo 18», riflette Berlusconi. Tra le varie alternative che aveva davanti, Renzi ha scelto quella «meno coraggiosa». Ora bisogna vedere il testo che arriverà in Senato. Se la maggioranza è capace di votarselo con le proprie forze, «vuol dire che avranno avuto la meglio i mediatori». E allora Forza Italia non offrirà i suoi voti. «Io non sono di sinistra. E forse ho sbagliato. Se lo fossi stato, mi avrebbero portato in giro come la Madonna...». Ma meglio l'italia che la Turchia, dice Silvio, dove il suo ex amico «Erdogan sta facendo passi indietro terribili, dal laicismo spinto all'islamismo. È stato fatto un editto gravissimo: le ragazze possono andare all'università solo con il velo e non possono truccarsi». Cose turche - Però arrivano cose turche anche dal Pd. Paolo Romani spiega qual è la linea azzurra: wait and see. «Fino a quando non avremo un testo chiaro, la legge delega resta confusa e imprecisa». Con la relazione in direzione Pd, nota il presidente dei senatori forzisti, «Renzi ha forse realizzato un obiettivo, tentare di ricomporre il dissenso all'interno del suo partito, ma ne ha mancato un altro: dare regole certe al mondo del lavoro». Mantenere la possibilità del reintegro anche dopo un licenziamento disciplinare «lascia che sia sempre un giudice a decidere». Insomma, il rischio è di lasciare la situazione inalterata. Peggio, di rimettere in discussione anche la riforma Fornero: «Non è chiaro se Renzi voglia fare un passo in avanti o indietro».  Ma anche la mediazione all'interno dei dem lascia il tempo che trova. Perché, spiega Renato Brunetta, «Renzi controlla la maggioranza del partito, ma non controlla i gruppi parlamentari». Per cui, secondo il capogruppo di Fi a Montecitorio, «il compromesso» di lunedì sera «sa tanto di imbroglio». Che Matteo abbia deluso le aspettative azzurre, lo si capisce anche dal commento di Giovanni Toti: «Riforma del lavoro, tanto rumore per nulla?», il tutto mentre «i giovani disoccupati aumentano». Il Jobs act è «ancora un compromesso al ribasso, si fa finta di cambiare ma non cambia nulla», attacca Annagrazia Calabria. A chiacchiere, attacca Raffaele Fitto, il capo del governo «si è espresso in modo coraggioso», ma nei fatti «ha annacquato il testo della delega». Non c'è Jobs act che tenga, invece, per gli ex dipendenti del Pdl. E per quelli di Forza Italia che potrebbero essere licenziati nei prossimi mesi per motivi economici, dal momento che il partito non ha più un soldo in cassa. Domani è in programma la riunione al ministero del Lavoro per decidere sulla concessione della cassa integrazione al personale ex pidiellino. Che sarà assistito, nella trattativa, dalla UilTucs. di Salvatore Dama

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