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Luigi Di Maio, il disastro: perché tra un anno rischiamo una patrimoniale

di Davide Locano domenica 14 ottobre 2018

3' di lettura

Luigi Di Maio dice una cosa poi fa l’esatto contrario. Dal polverone sollevato sui fattorini del cibo, i cosiddetti "riders", alla chiusura dei negozi la domenica, la sua è una continua marcia indietro. Prima dell’approvazione della Nota di aggiornamento al Def si è sgolato per giorni a dire «pensiamo ai cittadini e non ai numerini», riferendosi soprattutto al rapporto deficit/Pil, che non accettava fisso all’1,6% come avrebbe voluto il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Eppure il primo ad "impiccarsi" al numeretto del deficit è stato proprio Di Maio, che lo ha voluto fissare contro tutto e contro tutti al 2,4%, per dimostrare quanto è forte. Peccato, però, che al primo sopracciglio sollevato in Europa, il governo abbia subito ceduto. E il rapporto deficit/Pil, che era stato inizialmente fissato al 2,4% per l’intero triennio 2019-2021, è stato invece ridotto al 2,1% per il 2020 e all’1,8% per il 2021. Altro che «non molliamo di un millimetro». Leggi anche: Monti confessa: "Quando mi chiamò George Soros" Ma non solo è stata fatta marcia indietro sul numerino del deficit, rinnegando il vento del cambiamento del governo di Giuseppe Conte: la si è fatta "truccando" i conti, "gonfiando", cioè, il dato della crescita economica e lasciando in vigore l’aumento dell’Iva dal 2020 in poi. Come un Renzi o un Padoan qualsiasi. Vale a dire rinnegando per la seconda volta la natura di cambiamento dell’esecutivo, che nella prima versione della Nota al Def aveva finalmente portato trasparenza nel bilancio dello Stato. Per la prima volta dopo anni, infatti, il governo aveva cancellato per sempre, e non solo sospeso per un anno, le famose "clausole di salvaguardia" che contengono l’aumento dell’Iva e che lo stesso ministro Tria aveva dichiarato che alterano i conti, in quanto rappresentano un rapporto deficit/Pil artificialmente abbassato da un aumento latente della pressione fiscale. Il tutto per consentire la mancetta del reddito di cittadinanza in vista delle elezioni europee di maggio 2019, così come cinque anni fa aveva fatto Matteo Renzi con il bonus di 80 euro, anch’egli per stravincere alle europee. Consenso che si è poi dimostrato effimero, come effimero era il regalo elettorale. Sebbene ancora oggi ne paghiamo il prezzo di dieci miliardi all’anno. Se è vero che tra sei mesi nessuno degli attuali commissari europei che straparlano ci sarà più e che tra un anno anche Mario Draghi verrà sostituito alla guida della Bce, è altresì vero che fra un anno verranno fuori tutte le storture della Legge di bilancio di oggi. Ci troveremo di nuovo a dover cercare 19,2 miliardi per scongiurare l’aumento dell’Iva, davanti a una crescita che sarà la metà di quella prevista dell’1,5%, a un piano di investimenti che non sarà decollato e al reddito di cittadinanza che avrà prodotto i suoi primi sfaceli. Per cui bisognerà tappare un po’ di buchi. Questo significa che, al contrario di quanto promesso da Matteo Salvini, non ci sarà nessuno spazio per l’introduzione della Flat tax per le persone fisiche e, speriamo, anche il reddito di cittadinanza tanto voluto dal M5S sarà messo in discussione. L’alternativa è quella disastrosa per cui, dato l’elevato ammontare dei risparmi degli italiani, troppo spesso chiamato in ballo, si faccia ricorso a una bella (si fa per dire) patrimoniale per far quadrare i conti. E il ministro Tria, che poteva passare alla storia come colui che, dopo la riforma Visentini del lontano 1973, ha rivoluzionato il sistema fiscale italiano, abbassando le tasse e semplificando le procedure, sarà invece ricordato per aver consentito lo sfascio dei conti pubblici. di Paola Tommasi

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