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Gaffe, scandali e fughe sui tetti: ecco perché Virginia Raggi si è arresa

di Alessandra Menzani domenica 24 dicembre 2017

3' di lettura

Ora che ha annunciato la propria non ricandidatura («E vorei pure vedé...», sfiatano di sollievo, i romani...), di memorabile, in Virginia Raggi, rimarrà il sorriso triste. E il faccino liso. E il lussureggiante abito Gattinoni sfoggiato alla prima dell' Opera di Roma. Forse. Che, poi, a ben vedere, quel capo in tulle e paillettes griffato da Guillermo Mariotto «rappresenta una bottiglia che si frantuma in mille pezzi». Ossia la metafora crudele -più dell' albero Spelacchio- di quel che è stato il mandato di Virginia in Campidoglio. Certo, ad un occhio disattento, la suddetta è una non-notizia: «In base alla regola dei due mandati direi di no direi di no (non mi candido)», asserisce la sindaca sfoderando il magmatico regolamento grillino. E aggiunge: «Intanto direi che arrivare viva alla fine di questo mandato sarà un grandissimo successo». Eppure ieri, da quando l' imperatrice Teodora di San Giovanni s' è pronunciata, be', tutti - opposizioni, detrattori apolitici, semplici cittadini illivoriti- hanno sgranato il rosario delle inefficienze programmatiche del prossimo ex primo cittadino. Raggi, per dire, ha un cattivo rapporto con gli assessori: ne cambiati sedici («A Virgì nun te preoccupà, prima o poi troverai n' assessore che te vole bbene...», scrive Osho). Con alcuni dirigenti discussi, come Salvatore Romeo, colloquia sui tetti come Spiderman. E i suoi vari avvisi di garanzia -soprattutto quello inerente al rinvio a giudizio per la nomina del fratello di Marra- hanno declassato la tanto decantata «onestà» dei pentastellati a «buona fede» comprensiva di un codice etico griillino cambiato in corsa per evitare gl' imbarazzi di successive indagini. La Roma di Virginia è invasa dalla spazzatura (nonostante i romani paghino la tariffa più alta d' Italia e, in totale, 800 milioni di euro annui); e dai sorci come nella favola del pifferaio di Hamelin, e «quanno non s' sorci so' cinghiali». Virginia ha sottovalutato l' emergenza idrica di Bracciano pensando solo di tappare, nella Capitale, i nasoni, le fontanelle che vengono regolamente stappate da giustizieri notturni vestiti da SuperMario (sicuramente del Pd). Ha attribuito l' ingorgo delle foglie sui tombini a Giove Pluvio, mentre la città s' allaga a più riprese. Ha considerato la trasparenza - uno dei capisaldi del M5S- come un optional: il sito del Comune viene utlizzato solo in parte per le comunicazioni istituzionali, fino a poco fa mancavano gli stipendi di sindaco e vicesindaco. Streaming neanche l' ombra (a parte quelli della Commisisone trasporti). Ha promesso soluzioni rapide per i licenziati del settore cimiteri, ma l' unica vera assunzione è stata quella di 1000 precarie nella scuola (ma era già prevista dalla legge Madia). Sui campi Rom, prima si oppone -in campagna elettorale- poi poi pubblica un bando da 1,5 milioni per 120 famiglie al Camping River. Sulle gaffes pure, poi, Virginia è meglio di Mike Bongiorno 60. Diserta, all' ultimo istante, l' incontro della Cei in Vaticano, facendo irritare i vertici della Conferenza Episcopale Italiana. Non si reca ai funerali di Enrica Zarfati, l' ultima delle ebree romane sopravvissute all' orrore di Auschwitz-Birkenau. Non invia il tradizionale messaggio alla comunità islamica per la fine del Ramadan e fa incazzare pure i rappresentanti della Moschea di Roma. Tutto si può dire tranne che la sindaca faccia preferenze di religione. E s' impappina anche sul terremoto. Va ad Amatrice e ordina il lutto cittadino solo il giorno dopo che i giornali ne hanno notato l' assenza. Per non dire dei ritardi nell' assegnazione degli incarichi e dei fondi (fa slittare, per aver riunito la Giunta in ritardo, i 18 milioni necessari per la manutenzione della Metro A. Eccetera. Il quotidiano Il Tempo pubblicò la lista delle prime cento azioni sbagliate della Raggi; rimandiamo all' istruttiva lettura. Virginia non si ricandida. Si fosse ricandidata, avrebbero riaperto le gabbie al Colosseo, destinandola ad un martirio che non le si confà, magari in abito Gattinoni... di Francesco Specchia

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