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Reddito di cittadinanza, la mannaia finale della Meloni: chi lo perde subito

Sandro Iacometti
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Il conto alla rovescia è iniziato. Dal prossimo anno niente più scuse: se c'è un lavoro disponibile, qualunque esso sia e dovunque esso sia, osi accetta osi perde l'assegno. La stretta sul reddito di cittadinanza portata avanti con determinazione dal governo, che poi forse è l'unica scelta politica forte consentita dalle pochissime risorse a disposizione, si fa ancora più serrata. Si era partiti dalla tagliola degli 8 mesi per gli occupabili. Poi i mesi sono scesi a 7 e nelle ultime ore sono spuntati altri emendamenti volti a rendere sempre più complicata la vita di chi vuole intascare i soldi dei contribuenti senza averne diritto e senza muovere un dito (a parte quello usato per firmare le autocertificazioni).

 

 


Da una parte, su indicazione del ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara, è arrivato l'obbligo per i beneficiari tra i 18 e i 29 di completare il ciclo di studi previsto dalla legge, dall'altra, accogliendo un'istanza più volte avanzata da Confedilizia, si è deciso (ed è curioso non sia stato fatto prima) che la parte del sussidio grillino destinata a pagare l'affitto sia versata direttamente al proprietario di casa. Ma la novità che fa più discutere è quella voluta da Noi Moderati. Semplice ma dirompente: eliminare la parola «congrua» attualmente associata all'offerta di impiego che il percettore del reddito di cittadinanza deve accettare se non vuole attivare le penalità che alla fine portano alla soppressione dell'assegno.

 

IL CAMBIAMENTO

Per capire meglio la portata della modifica bisogna sapere che oggi il beneficiario del sussidio ha la possibilità di rifiutare un lavoro che non sia coerente con le esperienze e le competenze maturate o che sia troppo distante da casa (80 chilometri o cento minuti coi mezzi pubblici). La facoltà di scegliere non è assoluta: decade dopo la prima offerta non accettata e non è più valida dopo il primo ciclo di 18 mesi del reddito. Ma quell'aggettivo «congrua» è finora servito, accanto ai certificati medici fasulli e a vari trucchetti, come quello di far andare male il colloquio di lavoro, ad una miriade di percettori di continuare a mettersi in tasca i soldi anche in presenza di quelle poche occasioni rastrellate dai centri per l'impiego.

Il governo vuole costringere i beneficiari del reddito a rimboccarsi le maniche? Apriti cielo. Qualche mese fa il leader della Cgil, Maurizio Landini, sosteneva fosse legittimo persino rifiutare le offerte congrue, perché «non è vero che ogni lavoro proposto è dignitoso e accettabile». Più o meno simili le argomentazioni che hanno alimentato la rabbia del capo grillino Giuseppe Conte: «Dire che i più indigenti devono accettare qualsiasi proposta significa distruggere l'ascensore sociale, siamo alla follia pura. Il concetto di congruità è fondamentale per tutelare la dignità del lavoro e degli studi». Mentre per il leader di Sinistra Italia, Nicola Fratoianni, l'obiettivo «del governo delle destre è legalizzare il lavoro povero e assecondare un mercato del lavoro che continui a produrre diseguaglianze e povertà». In che modo le accuse dei due abbiano a che fare col tentativo del governo di far funzionare la parte del reddito che riguarda l'inserimento nel mondo del lavoro non è facile da capire.

 

 

 

LAVORO O SUSSIDIO?

La domanda è sempre la stessa: per chi si trova in una situazione di disagio sociale ed economico è meglio ricevere un piccolo sussidio che consenta a malapena il sostentamento o recuperare dignità e soldi (magari quelli sufficienti a vivere bene) attraverso un lavoro? La risposta dovrebbe essere scontata, ma evidentemente non lo è per chi pensa che lo Stato, ovvero quei pochi italiani che pagano le tasse, debba mantenerti finché non trovi un'attività che ti aggrada, ti gratifichi o sia sotto casa. Alla faccia dei laureati che fanno i rider o dei pendolari che ogni mattina si alzano alle cinque per raggiungere il posto di lavoro. Comunque il governo sulla questione sembra intenzionato ad andare fino in fondo. Il ministro del Lavoro, Marina Calderone, ha annunciato ieri che già a gennaio arriverà un decreto che farà chiarezza sulle politiche attive, nodo irrisolto e antico dell'Italia che nessuno finora è riuscito a sciogliere.
Nel frattempo, per chi pensa che i soldi del reddito abbiano sempre finalità umanitarie, ieri mattina i carabinieri di Milano hanno arrestato un bengalese di 38 anni che grazie ad un internet point e ad un Pos (guarda un po') monetizzava dal 2020 il sussidio grillino di oltre 200 persone (che ovviamente lo percepivano illegalmente) beccandosi una percentuale del 15% per il disturbo. I numeri della truffa? Un milione e 100mila euro i soldi sottratti allo Stato, oltre 200mila euro i soldi riciclati, circa 20mila euro il guadagno del bengalese. Lui il lavoro "congruo" se l'era trovato da solo.

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