Le celebrazioni

25 Aprile? Allora festeggiamo anche il 18 aprile: la Dc ci libera dai comunisti

Giovanni Sallusti

Poiché l’obiettivo sincero dei giornaloni progressisti, delle opposizioni democratiche, del mainstream tutto che setacciale dichiarazioni governative in cerca di rimasugli del Ventennio, è la salvaguardia di una memoria condivisa attorno al valore supremo della libertà, non avranno problemi ad accettare la seguente proposta. Anzi, ne saranno senz’altro entusiasti e la faranno loro. La proposta è semplice: oltre al giustamente intoccabile 25 aprile, istituiamo con altrettanto giusto e unanime entusiasmo un’altra festa nazionale, nella data del 18 aprile. Il 25 aprile 1945 ritrovammo la libertà (grazie alle armate angloamericane ma vabbè, non vogliamo fare i pignoli, nello spirito di concordia che deve animare ogni ipotesi di ricorrenza nazionale). Il 18 aprile 1948 evitammo di perderla di nuovo, per decenni. Eppure il rischio esistenziale era lì, a un passo, in ogni cabina elettorale. Democrazia liberale o democrazia popolare (eufemismo orwelliano per imbellettare il totalitarismo rosso). Persona dotata di diritti o Stato pervasivo e onnipotente. Iniziativa individuale o pianificazione. Libertà o gulag. Questa era l’alternativa ben stampata su ogni scheda, alle prime elezioni politiche generali della Repubblica.

DALLA PARTE SBAGLIATA
La quasi totalità dell’intellighenzia, confermando una costante della storia patria, stava dalla parte sbagliata della Storia, e firmava appelli compulsivi a favore del Fronte Popolare. Ovvero, a favore del blocco social-comunista guidato da un fiero stalinista di ferro come Palmiro Togliatti. Tra gli altri Salvatore Quasimodo, Vittorio De Sica, Elio Vittorini, Cesare Zavattini, Umberto Saba, Luchino Visconti, Renato Guttuso, si schierarono entusiasticamente contro la libertà, contro gli aiuti del Piano Marshall senza cui non sarebbe esistito alcun boom economico e dunque alcuna prosperità diffusa, contro la collocazione dell’Italia nel mondo occidentale.

 


Grazie a Dio, per chi ci crede, o alla volontà degli italiani di non ripiombare immediatamente in un altro inferno totalitario, vinse la mobilitazione dei parroci, dei sacrestani, degli umili e dei villici, delle “beghine” che Benedetto Croce (un pensatore vero, quindi non intruppato) invitò poi a ringraziare, «perché senza il loro voto noi oggi non saremmo liberi». La Democrazia Cristiana, con gli alleati moderati, stravinse quelle elezioni, al punto che De Gasperi esclamò: «Pensavo che piovesse, non che grandinasse!». Una grandinata salvifica, un tornante della biografia nazionale che poteva imboccare la strada della subordinazione alla dittatura sovietica, della miseria economica e della repressione politica. E invece virò verso la Libertas, come concetto ben prima che come simbolo partitico. Poiché Ezio Mauro, Massimo Giannini e tutti i direttorissimi per nulla doppiopesisti nelle loro preoccupazioni democratiche, poiché Elly Schlein, la nouvelle vague Pd e il loro padrino nobile De Benedetti, poiché i Fazio e le Concite e insomma tutta la baracca antifascista è gente anche anticomunista, in quanto antitotalitaria sempre e rigorosamente aggrappata alla stella polare della libertà, non avrà difficoltà a sottoscrivere la proposta e scendere con noi in piazza il 18 aprile. Oppure no?