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Conte e Speranza? La mossa sporca: chi vogliono incolpare per salvarsi al processo

Claudia Osmetti
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Un merito ce l’ha, l’inchiesta sulla gestione pandemica della procura di Bergamo. Non è quello, il merito, di voler indagare a tutti i costi chi, in quel maledetto 2020 che ci ricordiamo bene, s’è trovato a prendere decisioni che nessuno, ma proprio nessuno, aveva neanche lontanamente ipotizzato (tra l’altro con una pronuncia già bollata dal tribunale dei ministri che, mesi fa, l’ha detto chiaro, in un procedimento analogo: accuse del genere non hanno sostanza e in nessun modo «l’epidemia può dirsi provocata dai rappresentanti del governo»). Però, ecco, il merito della procura bergamasca è che finalmente stiamo conoscendo Giuseppe Conte e Roberto Speranza.

Sul piano politico, mica giuridico: ma anche quello serve. Anzi, soprattutto quello serve. L’ex presidente Conte è quello che la zona rossa ad Alzano e Nembro non l’ha decretata subito perché «ci penserò» (riferisce Agostino Miozzo, uno dei membri del Cts, il Comitato tecnico scientifico di quei mesi là, pure lui indagato): e fin qui lo si può anche capire, chi l’aveva vista una zona rossa prima? Occorreva valutare, occorreva capire, c’erano tanti aspetti da tenere nel quadro. Solo che dopo, ma dopo l’emergenza, cioè durante il primo interrogatorio al tribunale dei ministri di Roma, qualche tempo fa, sentito sulla questione, l’ex premier ha fatto scena muta. Come a scuola quando ti becchi il due secco.

MEMORIA RITROVATA
Ieri, invece, era più preparato. A Brescia, davanti al giudice Mariarosa Pipponzi, «ha risposto a tutte le domande», con la diligenza di uno studente che, questa volta, aveva fatto i compiti a casa, perché «oggi ha i documenti che quando è stato sentito il 12 giugno del 2020 non aveva, soprattutto perché il verbale del 2 di marzo (del Cts, ndr) non lo avevano nemmeno i pm», fa sapere il suo avvocato, Caterina Malavenda. Si riferisce a una nota, informale, di quell’inizio marzo indimenticabile che però, lì per lì, Conte pare si sia “dimenticato”: e quindi rimedia adesso. «Ha spiegato tutto quello che è accaduto dal 26 febbraio al 6 marzo rispetto alla mancata zona rossa, noi ci fidiamo della giustizia quindi aspettiamo che i giudici decidano, ma confido che finisca tutto presto e bene». Amen. L’altro, invece, l’ex ministro Roberto Speranza, è quello che, ora, anno domini 2023, archiviato l’ambaradan e tirato in mezzo nella stessa inchiesta, sembra impegnato a scaricare il barile su chi gli capita. Sul super-perito della procura di Bergamo Andrea Crisanti e sul piano pandemico che lui, Speranza, non ha seguito perché non era aggiornato, ma che adesso salta fuori che sì, in effetti c’era però era «inefficace».

Dura trenta minuti, a Brescia, la deposizione di Speranza e fuori, sotto la pioggia, c’è persino un manipolo di irriducibili no-vax che sventola uno striscione bianco: «In vigile attesa di vedervi andare in galera», anche se la galera, siamo seri, non si augura mai a nessuno. Un po’ come la morte. Ma insomma, in quella mezz’ora di audizione, Speranza, di sassolini nella scarpa se ne leva parecchi. Il piano pandemico «era totalmente inefficace per combattere il Covid»: e d’accordo, ma era anche dal 2013 che l’Europa ci chiedeva di aggiornarlo. Questo però va domandato «a chi c’era nei tredici anni precedenti». Va bene, andiamo avanti: «L’Oms (riferisce tutto il legale di Speranza, l’avvocato Danilo Leva) solo il 30 gennaio ha fatto scattare le necessità di passare da una fase all’altra più avanzata, quella del 5 gennaio era una raccomandazione». Infine «c’è un errore grave da parte del consulente della procura di Bergamo», ossia di Crisanti, «che ha indotto la magistrature in errore», sostenendo che, invece, quella raccomandazione di cui sopra «fosse vincolante».

NOVANTA GIORNI
E dunque, colpa-mia-giammai. Lo abbiamo già scritto ma lo ribadiamo: fare figuracce quando si sta al governo non è un reato. Però assumersi la responsabilità (politica) delle proprie decisioni è un segno di coerenza. Al netto dell’inchiesta, al netto di un eventuale processo (del tutto non scontato perché il tribunale dei ministri ora ha 90 giorni per decidere se archiviare o inviare gli atti a Brescia e chiedere l’autorizzazione a procedere alle Camere), col penale c’entra poco: ma col politico sì.

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