Le origini storiche dell’ostilità

Israele, la sinistra italiana antisionista è ancora figlia dell'Urss

Antonio Socci

L’ostilità della sinistra italiana verso Israele (con la fascinazione per la causa palestinese) è cosa nota, ma quando è nata e perché? A causarla fu la scelta dell’Urss del giugno 1967 come mise in luce Maurizio Molinari nel libro La sinistra italiana e gli ebrei 1967-1993 (Corbaccio), uscito nel 1995. Molinari – attualmente direttore di Repubblica non viene dalla militanza giornalistica “progressista” ed è uno studioso molto accurato e obiettivo di quell’area politica. Quando pubblicò questo libro aveva lavorato al quotidiano Il Tempo, poi alla Voce repubblicana e all’Indipendente.

Dunque torniamo all’ostilità della sinistra verso Israele. Certo, ci sono le radici ottocentesche del problema, perché è noto – come sottolinea Vittorio Dan Segre nella prefazione – «l’odio grossolano, viscerale di un Proudhon o di un Karl Marx contro gli ebrei». Marx, spiega Molinari, nella «violenta avversione per il mondo famigliare da cui proveniva» nega «agli ebrei il diritto di formare uno Stato».

 

 

QUEL 10 GIUGNO - Ma in realtà l’evento all’origine dello scontro fra Pci e Israele è databile – spiega Molinari – al 10 giugno 1967, «ultimo giorno della Guerra dei Sei giorni», che Israele vinse contro Egitto, Siria e Giordania. Fu allora che «l’Unione Sovietica annunciò la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele». Da quel momento fu bloccata nell’Urss l’immigrazione ebraica in Israele e «il peggior antisemitismo popolare tornò alla luce». La Komsomolskaya Pravda arrivò a scrivere: «Gli ebrei sono all’origine di una grande cospirazione contro l’umanità di cui il sionismo non è che lo strumento».

Al di là di questi deliranti proclami, il punto politico è la decisione dell’Urss di schierarsi con i Paesi arabi. Molinari spiega: «Parallelamente alla scelta di campo sovietica, con la guerra del 1967 si ebbe un vistoso rovesciamento di posizioni della sinistra internazionale e, dunque, anche di quella italiana».

Il Pci era il maggior partito comunista dell’occidente e la sua svolta fu dirompente. «In Italia» scrive Molinari «fu l’Unità, il quotidiano del Pci, a riflettere più di ogni altro quest’atteggiamento con una serie di articoli, fra il maggio e il giugno 1967, la cui ispirazione di fondo fu ben riassunta da una nota di Maurizio Ferrara – proprio sulle colonne dell’Unità – in cui si spiegava che il sostegno ad Israele, da parte della grande maggioranza dei mass media e delle forze politiche italiane, non nasceva dal timore di vederlo annientato con un nuovo Olocausto ebraico ma da una “furibonda canea razzista antiaraba frutto di una spietata logica imperialista”».

Era uno strappo forte in quanto lo stato d’Israele era nato nel 1948 con il voto dell’Urss che fu tra i primi a riconoscerlo. E il Pci di Togliatti aveva la salutato l’evento come «una grande vittoria antimperialista». Perché un tale voltafaccia? Lo spiegò Alberto Nirenstein – dice Molinari – collocando quella decisione nella «concorrenza rivoluzionaria» in corso fra l’Urss e la Cina maoista «per la conquista delle nazioni emergenti del Terzo Mondo».

Il Pci dunque seguì l’Urss e già l’11 giugno 1967, Enrico Berlinguer, alla conferenza dei partiti comunisti a Mosca, proclamò «l’integrale riconoscimento dei diritti del popolo palestinese». Con tale scelta – commenta Molinari – «Berlinguer portava il suo contributo alla strategia sovietica». Fra l’altro, con la svolta di quei giorni, il Pci – prosegue l’attuale direttore di Repubblica – «aveva scelto di non condannare i numerosi atti di terrorismo che in quel periodo insanguinavano Israele (ma non solo Israele) per mano dei palestinesi. Al massimo – come fece Giancarlo Pajetta nel febbraio 1970 in occasione dell’attentato al Caravelle... - queste azioni venivano definite “un errore politico frutto della disperazione”».

Il libro di Molinari ricostruisce, anno per anno, tutti gli episodi dell’ostilità della sinistra – anche nei suoi gruppi estremisti – contro Israele. Il Pci ebbe dei momenti di apertura, ma «i cambiamenti a Botteghe Oscure» nota Molinari «correvano paralleli ai nuovi contatti fra l’Urss di Gorbacev e Israele». Anche gli irrigidimenti successivi come l’Intifada.

 

 

LA SVOLTA DEL ’91-’92 - Fra 1991 e 1992 Gorbacev apre le porte all’emigrazione ebraica verso Israele con una decisione che fu «un nuovo inizio nei rapporti fra Mosca e Gerusalemme» e «fu in questa cornice che si svolse nell’aprile del 1991 la missione diplomatica di Achille Occhetto in Israele». Quella stagione culminò nella stretta di mano fra Rabin ed Arafat a Washington il 13 settembre 1993. La pace sembrò a portata di mano, ma la svolta della classe dirigente del Pds non cambiò di colpo la mentalità del popolo della sinistra. Molinari, nel finale del suo libro, scritto nel 1995, rilevava che il rapporto fra sinistra e mondo ebraico «resta carico di incognite» perché «l’ebraismo sionista e religioso con cui la sinistra italiana di matrice marxista si avvia a dialogare è da sempre portatore e difensore (...) di un’identità profondamente gelosa delle proprie caratteristiche nazionali» e questo «male si concilia con l’idea totalizzante di matrice marxista di annullare ogni tipo di diversità». Questi due mondi, aggiungeva, hanno «una opposta concezione dell’identità ebraica: un’identità che l’ebraismo esalta – e la sinistra marxista reprime- nella sua diversità storica, religiosa e nazionale». Chissà se l’attuale direttore di Repubblica ripeterebbe oggiqueste parole sul suo giornale sempre così ostile all’identità nazionale, di cui peraltro Israele è un simbolo importante per tutti i popoli e tutti i patrioti.