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Italia di ieri e di oggi: una breve indagine su Patria e Nazione

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Gennaro Sangiuliano
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Il vocabolario dell’Enciclopedia Treccani definisce il sostantivo Patria come «il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni». L’origine della parola è latina e rimanda a patrius «paterno» ma nell’accezione latina la parola Patria sottintende anche terra. Cicerone già la definisce come un insieme di istituzioni, tradizioni, sentimenti, ideali. L’Encyclopédie francese indica la Patria come pays des pères, la terra dei padri, che per i tedeschi è Vaterland ou Heimat, anche se, quest’ultima parola tedesca, non sarebbe correttamente traducibile con Patria perché indicherebbe un ambito più ristretto, legato al luogo dell’infanzia e alla lingua degli affetti.

Petrarca, fra i primi nella letteratura nazionale, identificherà la sua Patria con l’Italia: Non è questa (l’Italia) la patria in ch’io mi fido, Madre benigna e pia, Che copre l’un e l’altro mio parente? Nell’antica Roma padre della Patria (pater patriae) è il titolo di onore conferito a cittadini particolarmente benemeriti, titolo attribuito ad Augusto nell’anno 2 a.C. e portato da altri imperatori, rinnovato in epoca moderna, fu concesso dai Fiorentini a Cosimo de Medici. Molto suggestivi sono i versi di Giacomo Leopardi ne la Canzione all’Italia, laddove recita: “O patria mia, vedo le mura e gli archi/E le colonne e i simulacri e l’erme/Torri degli avi nostri...”. Giuseppe Mazzini, già nel Manifesto della Giovine Italia, testo morale e programmatico, filosofico e politico, che appare per la prima volta sull’omonimo foglio nell’ottobre del 1831 a Marsiglia, esorta alla consapevolezza che ciascuno doveva avere di essere nazione e per questo predica la necessità di un’educazione nazionale. Gli obiettivi repubblicani, democratici e unitari del suo movimento politico, hanno come ambito di riferimento la Nazione.

 

 

LA SOCIETÀ
Émile Durkheim studiando il livello di coesione di una società afferma che essa può sopravvivere solo se si costituisce come comunità simbolica. Nel saggio “Le regole del metodo sociologico” afferma. «La società non è una semplice somma di individui; al contrario, il sistema formato dalla loro associazione rappresenta una realtà specifica dotata di caratteri propri». Benedetto Croce negli Scritti politici avverte: «L’amore di Patria è un concetto morale. Nel segno della Patria i nostri più nobili ideali e i nostri più austeri doveri prendono una forma particolare e a noi più vicina, una forma che rappresenta l’umanità tutta e attraverso alla quale si lavora effettualmente per l’umanità tutta». Giovanni Papini in un articolo-saggio, del 1904, sul Regno, pone l’alternativa “O la classe o la nazione”. Nella classe, spiega, «tendono a prevalere gli interessi dei particolari, siano questi poveri, i proletari, gli schiavi oppure i ricchi, i mercanti, gli oligarchi», nella nazione, invece, «le singole voci tacciono, si nascondono le brame parziali e tutte le forze, tutte le brame, tutti i voleri si protendono verso la suprema vita armoniosa della polis». Non è possibile lo Stato senza la Nazione, posizione che vede convergere Piero Gobetti che dalle colonne della sua “Rivoluzione Liberale” manifesta il proposito di «venir formando una classe politica che abbia chiara coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato».


IL DIBATTITO
Il dibattito su Patria e Nazione, due parole che sembravano espunte dal lessico pubblico negli ultimi decenni, riacquistano un doveroso valore. Di recente, perla collana “Voci”, la Treccani ha pubblicato un saggio, dal titolo, appunto, “Nazione” dove ripropone le due voci scritte in fasi storiche diverse. Quella pubblicata nel 1934 dal filosofo del diritto Felice Battaglia per la parte generale e Walter Maturi perla parte storica (Storia del principio di nazionalità). La seconda voce, cui si fa riferimento, è quella pubblicata dallo storico Rosario Romeo nella Enciclopedia del Novecento. Lo Stato non è solo un’entità formale ma è l’organizzazione giuridica di una nazione che per definizione è un’entità linguistica e culturale. Da qualche parte è circolata nella cultura politico-giuridica l’idea di poter concepire una democrazia “agnostica”, basata su regole autonome, universali, sganciate dalla tradizione di un popolo. Lo stesso Hans Kelsen ammette: «La democrazia, sul piano dell’idea, è una forma di Stato o di società in cui la volontà generale o, senza tante metafore, l’ordine sociale, vengono realizzati da chi è a quest’ordine sociale sottomesso, cioè dal popolo. Democrazia significa identità di governanti e governati, di soggetto e di oggetto del potere, governo del popolo sul popolo».


Una democrazia per essere credibile deve essere consensuale e non solo formale, si può aggiungere che è arduo concepire una democrazia, come Sollen giuridico, puramente formale, al di fuori dei giudizi di valore, estraneo a ogni dovere morale. Ciò significa affermare che la legge costituzionale deve dimostrare di mantenere nel tempo una capacità di includere l’intera comunità rispecchiandone l’identità collettiva. Il rischio è che si realizzi una separazione tra legge e identità nazionale che finirebbe per essere un danno alla qualità della democrazia. Non c’è democrazia e non c’è libertà senza il contenuto storico e culturale della nazione che vi è pervenuta. Lo Stato si fonda sull’obbedienza alla legge che si vuole imporre ai cittadini-soci, ma affinché essa funzioni occorre che sia la più condivisa possibile e questa condivisione della necessità e dei modi dell’organizzazione statuale non può poggiare solo su un dato giuridico, deve accompagnarsi a valori morali condivisi. Di qui il passaggio logico ci conduce alla nazione, entità aperta a tutti a patto che i nuovi cittadini ne condividano le fondamenta perché «la storia delle origini dei popoli è, per i costruttori di sistemi, ciò che è la tavolozza per il pittore». L’affermazione della nazionalità significa un processo storico di rinvenimento dell’idem sentire comune di un popolo, la capacità di aggregare quella comunanza divalori, lingua parlata e scritta, religione, consuetudine che è nella tradizione. Se Giambattista Vico parlava del sensus dei popoli, Federico Chabod, partigiano e dirigente del CLN, precisa: «Dire senso di nazionalità, significa dire senso di individualità storica. Si giunge al principio di nazione in quanto si giunge ad affermare il principio di individualità, cioè ad affermare, contro tendenze generalizzatrici e universalizzanti, il principio del particolare, del singolo».

LA MODERNITÀ
La modernità va vissuta senza omettere la trasmissione della memoria, come in Eliot la nazione non è una mera nostalgia, ma una tradizione genuina coniugata col vivere contemporaneo. Augusto Del Noce in un suo celebre saggio conia il termine “transpolitico” per indicare una dimensione profonda che si sedimenta nella coscienza dei popoli. La democrazia costituisce il più elevato risultato della storia dell’Occidente, ma non si può definire la stessa nozione di democrazia se si prescinde dalla storia occidentale, dal travaglio secolare che ci ha condotti a definire la forma politica più vicina alla libertà. Alexis de Toqueville ha chiara questa proposizione quando scrive: «Le leggi sono sempre vacillanti fintanto che non poggiano sui costumi». Le società occidentali, per secoli si sono alimentate della concezione greca e romana della res pubblica, si sono nutrite di un’idea classica che fonda insieme i valori di libertas e virtus, capaci di delimitare un recinto identitario che esalta il valore degli individui nella comunità, definendo quello che Giambattista Vico chiama l’idem sentire comune. E per questo che Osvald Spengler ne Il tramonto dell’Occidente (Der Untergang des Abendlandes), proponendo un’idea faustiana dell’Europa, culla della civiltà, rinviene il tratto della decadenza nel cosmopolitismo che è «l’opposto della vita». Un tema che affascina un intenso intellettuale come Antonio Gramsci che corregge il maxismo classico aprendo al popolo-nazione richiamando il rispetto della volontà collettiva di una nazione.

LA GLOBALIZZAZIONE
La globalizzazione, forse, è un dato ontologico del nostro tempo ma occorre distinguere fra una dimensione globale positiva, dove le pluralità con le loro diversità e le loro tipicità si incontrano e si migliorano, e la “globalizzazione sinistra” prevaricazione di un modello totalizzante e interessato sugli altri. «Le decisioni stanno migrando dallo spazio tradizionale della democrazia», è questo il monito che all’inizio del nostro secolo è stato lanciato da Ralf Dahrendorf, aggiungendo che la democrazia non fosse applicabile «al di fuori dello Stato-Nazione, ai molti livelli internazionali o multinazionali in cui si forma oggi la decisione politica». Da una prospettiva diversa, un altro autore britannico, il filosofo Roger Scruton, ha scritto che le «democrazie devono la loro esistenza alla fedeltà nazionale», perché laddove «l’esperienza di nazionalità sia debole o inesistente, la democrazia ha mancato di attecchire». 

 

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