La piazza è di sinistra. Certo, anche la destra riempie spesso le piazze, chiamando a raccolta i suoi elettori e simpatizzanti. Non c’è però dubbio che questo luogo fisico abbia nell’immaginario di sinistra un posto che non ha in quello di destra. D’altronde, la sinistra è per sua natura comunitaria, sociale; mentre la destra tende a privilegiare l’individualità e la specificità di ogni cittadino, di coloro che non amano sentirsi “massa”. Storicamente la piazza è legata alle rivendicazioni salariali, alle lotte sindacali, alla salvaguardia dei diritti sociali. C’è stata anche una piazza pacifista o “arcobaleno”, spesso anche violenta (ed è questo uno dei tanti paradossi che albergano a sinistra). I violenti hanno poi preso il sopravvento nelle cosiddette “piazze antagoniste” degli ultimi decenni, ove l’obiettivo politico era una generica e velleitaria “lotta al sistema”. La sinistra ufficiale ha però sempre preso le distanze dagli “antagonisti”, pur tollerandoli non poco e considerandoli spesso alla stregua di “compagni che sbagliano”.
Non sono mancate le piazze commemorative, come quelle che si adunarono attorno alle salme di Togliatti o, più tardi, di Berlinguer. O come quelle che ogni anno si riempiono il 25 aprile, quando la sinistra cerca di appropriarsi di una festa che dovrebbe essere nelle intenzioni di tutti. Rispetto a questa varia e vasta fenomenologia, la piazza di Bari dell’altro giorno rappresenta una anomalia di non poco conto e da non sottovalutare. Che ne fossero consapevoli o no, i manifestanti erano stati convocati da uomini delle istituzioni (il sindaco e il governatore) per contestare le decisioni prese da altre istituzioni.
Lo slogan “Giù le mani da Bari!” che ha fatto da filo conduttore della manifestazione suona a dir poco imbarazzante alle orecchie di ogni buon democratico. Senza contare che il risultato francamente più sconcertante di tutta la vicenda è la delegittimazione che ne consegue di uno degli strumenti più efficaci che ha in mano lo Stato per combattere la mafia: l’eventuale commissariamento dei comuni infiltrati dai mafiosi. Non è difficile immaginare che, da oggi in poi, qualunque amministratore, anche dello più sperduto e compromesso Comune, si sentirà legittimato ad invocare una sorta di immunità, prefigurando chissà quale ricatto politico dietro ogni intervento dello Stato. Opporrà resistenza e non esiterà a farsi forte di una più o meno presunta “solidarietà” di piazza da parte dei propri cittadini. Si è pensato a questa conseguenza delle proprie azioni. Non è certo questa l’etica della responsabilità che Max Weber invocava come cifra della vera politica!