Una nuova legge sull’Otto per mille alla Chiesa. È una possibilità che il governo ha già proposto alla segreteria di Stato vaticana e alla Conferenza episcopale. A palazzo Chigi attendono una risposta, che dovrà arrivare in tempi ragionevolmente brevi se si vorrà che la riforma entri in vigore nel 2026. Un semplice atto amministrativo, infatti, non sarebbe sufficiente: occorre passare dal parlamento per modificare la legge 222 del 1985, che regola la materia. La risposta del Vaticano e della Cei terrà conto anche dei nuovi dati diffusi ieri dal dipartimento delle Finanze: la quota destinata alla Chiesa cattolica continua a ridursi, perché diminuisce la percentuale di contribuenti che fa questa scelta. Nelle dichiarazioni relative ai redditi del 2023, i cui fondi saranno distribuiti nel 2027, la percentuale di contribuenti che opta per la Cei è scesa ancora, toccando il 66,2% delle scelte espresse.
Il problema della Chiesa non l’unico, ma quello che la preoccupa di più- è la “concorrenza” dello Stato. Che c’è da sempre, perché è proprio quella legge del 1985 che consente allo Stato di partecipare alla ripartizione dell’Otto per mille. Dal 2019, però, grazie a una norma approvata dal governo Conte II, il contribuente che devolve la propria quota allo Stato può scrivere sulla dichiarazione dei redditi un codice che gli consente di scegliere direttamente quale tipo di intervento finanziare. In origine le possibilità erano cinque: Fame nel mondo, Calamità, Edilizia scolastica, Assistenza ai rifugiati, Beni culturali. Dal 2023 ne è stata introdotta una sesta: Recupero dalle dipendenze.
Leone XIV incontra Zelensky: "Vaticano a disposizione per i negoziati"
Confermata “la disponibilità ad accogliere in Vaticano i rappresentanti di Russia e Ucraina per i negoziati...La possibilità di decidere a chi dare i soldi piace agli italiani. E ha accelerato il processo in atto da anni: il calo di firme sulla casella della Chiesa cattolica e l’aumento simmetrico di quelle per lo Stato, che è in seconda posizione e guadagna consensi. Dal 2019 al 2023, cioè nel giro di quattro anni, le scelte in favore della Chiesa sono diminuite di 5,5 punti (dal 71,7 al 66,2% del totale), mentre quelle per lo Stato sono aumentate di 5,1 punti (dal 22,6 al 27,7%). Anche la lieve crescita della somma incassata dalla Chiesa nel 2025, relativa alle dichiarazioni dei redditi del 2021 e ufficializzata ieri, non segna un’inversione di tendenza. L’assegno della Cei stavolta ammonta a 1,05 miliardi di euro, contro i 991 milioni del 2024, ma questo è dovuto al fatto che la “torta” complessiva è lievitata: da 1,33 miliardi a 1,48 miliardi, grazie all’andamento positivo dell’economia.
Il malumore, che sino a poco tempo fa veniva espresso solo in incontri privati con gli esponenti di governo, è esploso solo in questa legislatura, quando il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale, ha espresso in pubblico «delusione per la scelta del governo di modificare in modo unilaterale le finalità e le modalità di attribuzione dell’Otto per mille di pertinenza dello Stato». Pochi giorni fa è tornato sull’argomento l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, contestando la partecipazione stessa dello Stato: «Il fatto che si sia inserito tra i possibili destinatari è un po’ singolare, forse non del tutto giusto». Eppure, dietro le quinte, le relazioni sono assai migliori di quanto certe dichiarazioni lascino intendere. Anche il rapporto personale che Giorgia Meloni aveva con Francesco, papa e primate d’Italia, e che sta costruendo col suo successore Leone XIV, aiuta.
La premier, dopo aver incontrato Robert Francis Prevost alla messa di inizio pontificato del 18 maggio e in occasione del “Giubileo dei governanti” del 21 giugno, ha avuto la prima udienza col pontefice il 2 luglio. Era accompagnata dai vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e dal sottosegretario Alfredo Mantovano: una delegazione ai massimi livelli, che poi si è confrontata in segreteria di Stato con il cardinale Pietro Parolin. In questo “vertice bilaterale” il governo ha ribadito una proposta che era già stata fatta durante il papato di Francesco, lo scorso 13 febbraio, nei colloqui in occasione della ricorrenza della firma dei Patti Lateranensi. Consiste nel dare alla Chiesa la possibilità che oggi ha solo lo Stato, quella di offrire ai contribuenti che mettono la firma sulla sua casella il potere di scegliere la destinazione specifica della propria quota.
Nel caso della Cei, le opzioni potrebbero includere le esigenze di culto della popolazione, il sostentamento del clero, l’aiuto alle missioni nel terzo mondo, il sostegno agli immigrati, il restauro del proprio patrimonio o altre finalità. Certo, sarebbe anche un “referendum” tra i fedeli, e la Cei sarebbe poi obbligata a rispettarne il risultato e darne conto. La domanda, dunque, è se la Chiesa, per provare a convincere un numero maggiore di contribuenti a sostenerla, sia disposta a sottoporsi a queste regole. È ciò di cui stanno ragionando i vescovi italiani, prima di dare una risposta al governo.