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Il voto è all'orizzonte e l'opposizione esplode

Gli italiani voteranno per il rinnovo del parlamento intorno al maggio del 2027, dunque tra sedici mesi. E i progressisti tentennano su Trump, antisemitismo e giuystizia
di Fausto Cariotigiovedì 8 gennaio 2026
Il voto è all'orizzonte e l'opposizione esplode

4' di lettura

Gli italiani voteranno per il rinnovo del parlamento intorno al maggio del 2027, dunque tra sedici mesi. Le regole della politica e del buon senso dicono che questo è il momento in cui tutti i racconti che le sigle d’opposizione hanno fatto dal 2022 devono iniziare a convergere in una trama unica. I motivi non dovrebbero sfuggire alla «testardamente unitaria» Elly Schlein: lei, Giuseppe Conte, Matteo Renzi e gli altri possono avere possibilità di vincere solo presentandosi uniti, e per presentarsi uniti in modo credibile devono fare un discorso comune. Sta accadendo il contrario, invece: anziché riannodarsi, quei fili si diramano in nuovi percorsi divergenti. E il grande ritorno della politica estera, che a sinistra è sempre il terreno più insanguinato dalle faide interne, c’entra fino a un certo punto.

I tre temi politici che dominano oggi sono destinati ad accompagnarci sino alle elezioni. Uno è il riassetto dell’ordine globale imposto da Donald Trump, nei modi forti e tremendamente efficaci che si sono visti. Il venezuelano Nicolás Maduro è il primo dittatore amico della Cina e della Russia rimosso dall’interventismo versione Maga del presidente americano, e tutto fa credere che non sarà l’ultimo. Trump ha definito il presidente colombiano Gustavo Petro «un uomo malato che ama produrre cocaina e venderla agli Stati Uniti» e gli ha consigliato di «guardarsi le spalle». Ha detto che la Cuba del castrista Miguel Díaz-Canel «è pronta a cadere» e ha avvertito gli ayatollah iraniani che, se ricominciano a uccidere i manifestanti, «saranno colpiti duramente dagli Stati Uniti».

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Come rispondere all’iperattivismo trumpiano, dunque, è la prima domanda cui deve rispondere chi vuole governare. Ma questa risposta nel campo largo non c’è. Si va da Conte, che denuncia «l’aggressione americana al Venezuela», e Nicola Fratoianni, che parla di «atto criminale», a Matteo Renzi, per il quale Maduro è «un dittatore che ha portato il suo Paese nella povertà assoluta pur avendo petrolio in abbondanza, che ha ucciso e deportato gli oppositori, che ha denutrito due terzi della sua popolazione», e dunque Trump può essere criticato per tutto, ma non per averlo rimosso. Due estremi tra i quali oscilla il Pd, con Schlein che riesce a condannare sia «il regime e le violazioni dei diritti umani in Venezuela» ad opera di Maduro, sia la destituzione per mano di Trump, senza la quale le violazioni di Maduro sarebbero proseguite indisturbate.

Per metterli tutti d’accordo, il commander in chief dovrebbe far sbarcare i marines in Groenlandia e conquistarla con le armi, ma è assai difficile che faccia loro questo regalo. E al prossimo dittatore che sarà deposto dagli yankee la scena si replicherà. Le lacerazioni, però, riguardano anche ciò che accade dentro i confini italiani. C’è il tema dell’antisemitismo. Una parte della sinistra ne è infetta da tempo, ma a lungo ha potuto fingere che non fosse un problema. Dopo il 7 ottobre non è più possibile: l’odio per gli ebrei è divenuto un fenomeno di massa e viene gridato in pubblico. Un problema politico di prima grandezza al quale il parlamento ora cerca di rimediare con una legge capace di definirlo e reprimerlo. Ma mentre le proposte presentate da Forza Italia e Lega sono compatibili, nell’opposizione si contano quattro testi.

Quello firmato da Graziano Delrio e altri riformisti del Pd e quello di Italia Viva hanno in comune con i disegni di legge del centrodestra la cosa più importante: adottano la definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto («L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei»). E proprio contro l’uso di questa definizione, che anche Avs respinge, sono in arrivo un secondo testo del Pd, quello “ufficiale” voluto da Schlein, e la proposta dei Cinque Stelle, per i quali la scelta di Delrio e degli altri è «un bavaglio senza precedenti alla libertà di espressione».

Non è una questione nominalistica, ma molto concreta, di ordine pubblico: l’opposizione è spaccata su ciò che può essere detto nelle piazze e nelle università e sulle manifestazioni che possono essere autorizzate. Buona parte di essa non ha alcuna intenzione di inimicarsi gli attivisti mobilitati contro Israele e il suo popolo. La terza frattura riguarda il voto del referendum di marzo, “anticipo” delle elezioni politiche. L’opposizione ci arriva tagliata anche nel suo nucleo storico, quello ulivista. Sabato, a Roma, vedremo Schlein, Conte e il tandem Bonelli-Fratoianni insieme a Rosy Bindi, alla Cgil, all’Anpi e alle altre sigle del No.

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Lunedì, a Firenze, risponderanno quelli della sinistra per il Sì: Augusto Barbera, Enzo Bianco, Benedetto Della Vedova, Stefano Ceccanti, Cesare Salvi, Enrico Morando e molti altri. Stessa scelta, quella in favore della riforma Nordio, fatta anche da Antonio Di Pietro. Ministri e parlamentari che furono prodiani si contano su ognuno dei due fronti opposti, rappresentazione plastica della fine di un’epoca. Non è la solita vicenda dei referendum che dividono gli schieramenti in modo trasversale. Quello per cui voteremo tra poche settimane non è un quesito abrogativo, ma confermativo. E l’oggetto non è una questione «di coscienza», come il divorzio, l’aborto o la fecondazione assistita, ma la riforma della giustizia e con essa il rapporto tra parlamento e magistratura. Il tema più politico che ci sia.

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