«Dagli europei parte un’iniziativa non anti-Usa ma contro altri». Giorgia Meloni, in procinto di rientrare dalla missione asiatica in Giappone e Corea, non si tira indietro quando viene interpellata sulle frizioni maturate nelle ultime 24 ore tra gli “appetiti” strategici di Donanld Trump sulla Groelandia e le reazioni (tra il preoccupato e lo stizzito) dei partner europei. Giorgia, insomma, si ritaglia un ruolo di mediazione per alleggerire le tensioni. E stemperare il clima già sufficientemente teso a livello internazionale.
Non bastasse il conflitto tra Russia e Ucraina ai bastioni orientali d’Europa, consapevoli del terremoto in Medioriente che si trascina da due anni, preoccupati dal rimescolamento in salsa venezuelana degli equilibri del continente americano c’è anche da far i conti con la polveriera iraniana che ogni giorno svela macabri e preoccupanti contorni. Insomma, già il “pentolone globale delle tensioni” ribolle abbastanza per metterci dentro altro.
Meloni, chiudendo il viaggio asiatico (il terzo da quando è approdata a Palazzo Chigi), sintetizza così la sua riflessione: «Condivido l’attenzione che la presidenza americana attribuisce, come ho detto molte volte, alla Groenlandia e in generale all’Artico, che è una zona strategica nella quale chiaramente va evitata una eccessiva ingerenza di attori che possono essere ostili. Ma credo che in questo senso andasse letta la volontà di alcuni Paesi europei di inviare le truppe, di partecipare a una maggiore sicurezza, non nel senso di un’iniziativa fatta nei confronti degli Stati Uniti. Semmai», puntualizza, «nei confronti di altri attori». Il riferimento, evidente, è agli appetiti non solo commerciali, economici e strategici di Russia e Cina.
Meloni ammette chiaramente di aver parlato direttamente con il vulcanico presidente Trump per superare le «evidenti incomprensioni» e gettare acqua sul fuoco sui ventilati nuovi dazi minacciati dalla Casa Bianca. «Chiaramente», dice, «mi pare che su questo ci sia stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per quello che mi riguarda continuo a insistere sul ruolo della Nato». Ed è proprio «la Nato il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili in un territorio che è chiaramente strategico. E credo che il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare su questo sia una buona iniziativa».
Quanto all’eventuale partecipazione dell’Italia alla missione “Arctic Endurance”, come segnale di unità con gli europei, la premier frena. «Adesso è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare a dialogare». Quanto ai ventilati nuovi dazi del 10%- che Washington ha minacciato di imporre ai Paesi che non invieranno truppe in Groelandia - la presidente del Consiglio ammette che lo ritiene «un errore imporre oggi nuove sanzioni». Preferendo optare per un sereno confronto e la ripresa del «dialogo» vera strada maestra per «evitare l’escalation». La leader di Fratelli d’Italia confessa di aver parlato anche con il segretario generale della Nato, Mark Rutte che le ha «confermato» l’intenzione di voler avviare «un lavoro dell’Alleanza sul fronte artico». Per ricucire le incrinate alleanze globali si è innescata una giostra di telefonate con gli altri leader europei perché, sottolinea, «è molto importante in questa fase parlarsi» per «lavorare insieme e raggiungere un obiettivo che è utile e necessario».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo Ecr al Parlamento europeo, intercettato dall’Ansa sull’uso dello strumento anti-coercizione e su un possibile stop dell’accordo Usa-Ue sui dazi. «Noi siamo contrari alle escalation», mette le mani avanti Procaccini, puntualizzando che «siamo per la distensione dei toni e lo strumento anti coercizione non va in questo senso». Ricordando che «l’accordo sui dazi Usa-Ue è in vigore da agosto e, contrariamente alle preoccupazioni di molti, è stato fruttuoso per entrambe le parti».
Tanto più che l’Italia nei prossimi anni dovrà svolgere un delicato ruolo di mediazione in una delle aree più effervescenti del globo. Da ieri è ufficiale: il nostro Paese rientra infatti nel drappello di Stati che parteciperanno al “Board of Peace” per riportare la pace dopo due annidi conflitto tra Israele, Striscia di Gaza, Libano, Siria e Yemen. «Penso che possiamo giocare un ruolo di primo piano nella costruzione del piano di pace», ammettendo che «siamo pronti a fare la nostra parte. Siamo contenti e faremo del nostro meglio per dare il nostro contributo, che pensiamo possa fare la differenza».