Una mano tesa che è anche una sfida a passare dalle parole ai fatti. Se il Partito democratico sta davvero dalla parte di chi difende l’ordine e non di chi picchia i poliziotti, il momento di dimostrarlo è questo.
Giorgia Meloni si riunisce in mattinata con i vicepremier Antonio Tajani (in collegamento da Palermo) e Matteo Salvini, i ministri Piantedosi, Crosetto e Nordio, i sottosegretari Mantovano e Fazzolari. Con loro ci sono i vertici delle forze dell’ordine: il capo della Polizia Pisani, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Luongo, e quello della Guardia di Finanza, De Gennaro. Convocati a palazzo Chigi per discutere i nuovi provvedimenti sulla sicurezza e l’ordine pubblico. La risposta del governo alla sparatoria di Rogoredo, all’accoltellamento dello studente Youssef Abanoub in una scuola di La Spezia e agli scontri di Torino durante la manifestazione per Askatasuna. E siccome sono temi su cui anche i leader dell’opposizione si dicono pronti a fare di più, Meloni e gli altri decidono di coinvolgerli, o almeno di provarci.
Lo fanno lanciando un «appello a una stretta collaborazione istituzionale», come spiega la nota diffusa alla fine del vertice. Un dialogo che potrebbe iniziare approvando insieme, in parlamento, la risoluzione che sarà votata alla Camera domani, dopo l’informativa sugli scontri di Torino che il ministro dell’Interno farà questo pomeriggio a Montecitorio.
Anche se formalmente l’invito è rivolto a tutti, la vera destinataria è la leader del Pd. È stata lei, domenica, a dire alla presidente del consiglio che le forze dell’ordine sono «un patrimonio dello Stato, non una questione di parte», e che «in questi momenti le istituzioni devono unire, non dividere». Bene, dimostriamolo, è il ragionamento fatto da Meloni e condiviso dai due vicepremier.
Così il comunicato di palazzo Chigi – forma di comunicazione in cui rarissimamente sono citati leader dell’opposizione – stavolta mette in evidenza che quell’appello a collaborare è fatto «anche alla luce delle dichiarazioni della segretaria del Partito democratico, Elly Schlein». Il modo per rendere l’offerta ufficiale e chiamare ognuno alle proprie responsabilità. Da sinistra, Schlein e Giuseppe Conte fanno capire che non intendono fare nemmeno questo breve tratto di strada insieme al governo.
Più cauti Carlo Calenda e Matteo Renzi, che tengono il giudizio sospeso finché non avranno davanti il testo della risoluzione. Parallelo a questo lavoro politico c’è quello giuridico e tecnico, che riguarda la definizione dei provvedimenti che Meloni vuole varare nel consiglio dei ministri di domani. Sono un decreto legge (che entrerà in vigore subito, quindi prima dell’inizio delle Olimpiadi di Milano-Cortina) e un disegno di legge, dai tempi più lunghi. I nodi sono due: quali norme inserire nel provvedimento più urgente e, soprattutto, come calibrare la stretta in modo che non leda le garanzie individuali previste dalla Costituzione, e dunque non finisca dopo pochi mesi sotto la mannaia della Consulta. Il confronto con l’ufficio giuridico del presidente della repubblica, chiamato a promulgare i provvedimenti, serve anche a ridurre questo rischio.
Tre novità, in particolare, sono più delicate delle altre. La prima riguarda lo «scudo» per gli agenti di polizia, che Salvini sceglie di chiamare «tutela legale» e prevede la non automatica iscrizione nel registro degli indagati per chi ha agito per difendersi. Non può essere disegnato in modo da sottrarre la categoria degli uomini in divisa al principio costituzionale per cui la legge deve essere uguale per tutti. Motivo per cui, si ragiona nel governo da qualche giorno, la nuova regola potrebbe essere introdotta per tutti, non solo per le forze dell’ordine.
La seconda è quella sul «fermo di prevenzione», che darebbe a ufficiali e agenti di polizia impegnati a garantire la sicurezza nelle manifestazioni la possibilità di trattenere nei propri uffici senza l’autorizzazione di un magistrato, fino a un massimo di dodici ore, le persone sospettate di rappresentare un pericolo per l’evento. Questa valutazione non può essere arbitraria, ma deve basarsi su elementi di fatto, come il possesso di armi o strumenti d’offesa oppure l’uso di caschi e passamontagna per coprire il volto. Modi e ragioni di questa sorta di “mini-arresto” devono quindi essere calibrati in modo preciso, anche per impedire abusi.
La terza norma che viene valutata con la massima attenzione è quella sulla cauzione che dovrebbero versare gli organizzatori delle manifestazioni per risarcire eventuali danni. Ci tiene soprattutto la Lega: Forza Italia la condivide, ma il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, avverte che «è una misura complicata da attuare». Ad esempio, spiega, «io posso essere l’organizzatore, e magari arriva qualcuno che compie atti violenti in piazza quando sono già andato via».
Chi lavora ai testi dei due provvedimenti ieri sera è apparso fiducioso sul fatto che la tutela legale per le forze di polizia, il fermo preventivo e la cosiddetta «norma anti-maranza», che dovrebbe anche impedire la vendita online dei coltelli ai minori, entrino nel decreto. Significherebbe che è stata trovata una formulazione ritenuta a prova di Costituzione anche dagli uffici del Quirinale.




