Libero logo

I compagni affascinati dall'Islam radicale

A Teheran festeggiano la caduta di Khamenei ma la sinistra piange: un vecchio vizio duro a morire
di Corrado Oconedomenica 1 marzo 2026
I compagni affascinati dall'Islam radicale

3' di lettura

Fa un certo effetto ascoltare gli audio che circolano in rete dei giovani iraniani che entusiasti salutano l’azione militare congiunta di Stati Uniti e Israele e confrontarli con le dichiarazioni dei leader della sinistra che parlano di una violazione del “diritto internazionale” e della necessità di seguire una via diplomatica e negoziale con gli ayatollah.

Tutto sembra vagamente surreale, quasi come se la via delle trattative non fosse stata seguita fino all’ultimo e quasi come se il regime iraniano avesse allentato la sua presa sulla società e non avesse recentemente mandato a morte trentamila persone in due giorni sol perché avevano osato protestare. Come è possibile essere così scollegati dalla realtà e solidarizzare con una cricca di aguzzini al potere che calpestano quotidianamente i diritti più elementari di un intero popolo, a cominciare da quelli che dovrebbero costituire il background culturale della sinistra?

Per rispondere a questa domanda, per comprendere la fascinazione che esercitano a sinistra i tiranni di mezzo mondo, è proprio alla cultura, o meglio all’ideologia, che occorre far riferimento. Cominciando proprio dall’entusiasmo che la “rivoluzione iraniana” capeggiata da Khomeini suscitò presso gli intellettuali del paese che aveva ospitato in esilio la futura “guida suprema”, la Francia. L’esempio più noto è quello di Michel Foucault che, in una serie di reportage usciti sul Corriere della sera a ridosso della rivoluzione del 1979, indicò nella «religione sciita» la «forma che la lotta politica assume nel momento in cui mobilita i ceti popolari». La posta in gioco nella rivoluzione iraniana era, per il filosofo francese, il superamento del liberismo economico e la messa in discussione della modernizzazione capitalista guidata dall’America. Se a tutto ciò si aggiunge un atavico deficit democratico, risalente al Marx che vedeva i governi occidentali come «comitati d’affari» della borghesia, il gioco è fatto. Per quante trasformazioni possa avere subito il pensiero della sinistra da Marx ad oggi questa costante si è dimostrata più forte di ogni altra considerazione.

Che quello iraniano sia un regime teocratico e che metta in discussione proprio i “diritti” predicati dalla sinistra post-marxista, da quelli delle donne a quelli degli omosessuali, è dopotutto secondario. Il dispositivo più o meno conscio è che il fine giustifica ogni mezzo e che il nemico del mio nemico è di fatto mio alleato. Un dispositivo che fa temere ancora oggi la saldatura politica fra islamismo e sinistrismo qui in Europa, come i casi di Mélanchon e ora del partito verde inglese sembrano preannunciare. D’altronde, su questa strada Foucault era stato preceduto da un altro filosofo marxista francese di peso, quel Roger Garaudy che si era convertito all’islamismo nel 1892 e aveva poi scritto dei saggi antisemiti in cui imputava all’ebreo il culto del denaro.

In Garaudy, che dopo la fase marxista ortodossa era passato anche per una breve adesione al cattolicesimo, emerge anche un altro elemento che rende possibile l’alleanza fra due elementi così estranei come l’islamismo e il sinistrismo: l’idea di una conciliazione, di un mondo rappacificato in cui gli elementi impuri, a cominciare dal dissenso che nasce dall’esercizio della libertà individuale, siano finalmente superati. Una sorta di paradiso in terra che, alla prova dei fatti, sarebbe sicuramente un poco decoroso inferno. Questa esigenza di “normalizzazione”, solo paradossalmente, è presente anche nella cultura woke, la quale più che “includere” i “diversi” in un’ottica liberale di rispetto e pluralismo, intende fare di loro i rappresentanti di una nuova e più potente “normalità”. Ovviamente solo qui in Occidente, perché altrove l’imperativo è quello di rispettare le “culture altre”. In barba ad ogni universalismo, che pure era la cifra caratteristica del vecchio marxismo.