Giorgia Meloni ci ha provato. Ha proposto alle opposizioni una politica bipartisan, almeno per le grandi scelte a difesa dell’interesse nazionale, durante la guerra nel Golfo Persico. Le ha invitate a discuterla insieme «tutte le volte che sarà necessario», a partire da oggi, a palazzo Chigi. Le opposizioni hanno respinto l’offerta. Finale, in tutti i sensi, la frase con cui la premier ha concluso la replica serale a Montecitorio: «Sono molto contenta di essere diversa da voi».
Era rivolta ai Cinque Stelle, dopo che quelli l’avevano accusata di asservimento agli Stati Uniti per aver detto, davanti all’attacco contro l’Iran, che «siamo preoccupati, ma soprattutto vigili. Stiamo facendo e faremo il possibile per garantire la sicurezza dei nostri militari».
Purtroppo per loro, ha ricordato la premier, lei non aveva fatto altro che usare le identiche parole pronunciate da Giuseppe Conte nel gennaio del 2020, «all’indomani dell’attacco unilaterale con il quale gli Stati Uniti uccisero in territorio iracheno il generale iraniano Qasem Soleimani, rischiando un’escalation militare». Perché, chiede Meloni nella bagarre dell’aula, «allora nessuno, né il presidente Conte, né i ministri del Pd che erano al governo con lui, dichiarò che quella scelta ordinata dal presidente Trump era contraria al diritto internazionale? Perché nessuno la condannò, come chiedete di fare a me oggi?». Lei, allora, non aveva definito il premier «un vigliacco o un servo per fare un po’ di propaganda a buon mercato su una crisi che non dipendeva da Conte». E questa, ha detto prima di concludere con quella frase, «è la differenza che esiste tra le persone serie e quelle che sono disposte a qualsiasi cosa pur di racimolare consenso facile». La speranza era un’altra.
Prendendo la parola in Senato dieci ore prima, Meloni aveva spiegato che la crisi in Medio Oriente dovrebbe essere «affrontata con uno spirito costruttivo e di coesione, sottratta a una polarizzazione politica che non aiuta a ragionare con profondità». Ancora più esplicita, poco dopo: il governo «è chiamato ad affrontare uno dei tornanti più complessi della storia recente e preferiremmo non doverlo fare da soli».
Aveva ricordato che le basi concesse agli americani in Italia dipendono da accordi che risalgono al 1954 e nessun governo ha cancellato. Consentono agli Stati Uniti di usare le basi per operazioni non armate. Se «dovessero giungere richieste per altre attività», ovvero per far partire da lì gli aerei che vanno a bombardare, «la decisione spetterebbe al parlamento», nonostante quegli stessi accordi prevedano che la scelta ricada sul governo. Aveva ribadito che da Washington, a oggi, «non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso», e lei spera che non arrivi: «Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra».
Aveva anche rimarcato la differenza tra la sua posizione e quella di Donald Trump. Certo, il governo italiano condivide l’esigenza di disarmare l’Iran: «Non possiamo permetterci un regime degli ayatollah in possesso dell’arma nucleare, unita a una capacità missilistica che potrebbe presto essere in grado di colpire l’Italia e l’Europa». Però aveva avvertito Usa e Israele di «preservare l’incolumità dei civili», condannato duramente la strage delle bambine avvenuta nella scuola di Minab e chiesto di accertarne rapidamente le responsabilità. Si era pure detta pronta a votare «con l’opposizione le parti delle loro risoluzioni che condivido», più tardi, alla Camera, dove ciò è possibile.
Tutto inutile. Nel pomeriggio, a Montecitorio, Pd e Cinque Stelle fanno sapere che l’offerta è respinta. E il tono di Meloni è molto diverso da quello usato all’inizio della giornata. Da sinistra l’accusano di ignorare le Camere e portano ad esempio il premier socialista spagnolo. Lei ricorda a tutti che nelle grandi democrazie europee «nessun capo del governo o presidente della repubblica, a oggi, è andato a confrontarsi con il parlamento su questa crisi. Non l’ha fatto neanche il campione della democrazia Pedro Sánchez».
E sempre ai «colleghi» del partito di Elly Schlein, che poco prima le avevano detto che «la democrazia non si esporta con le bombe», fa notare il loro «strabismo»: «Viva i bombardamenti degli Stati Uniti di Bill Clinton alla Serbia per fermare i massacri di civili in Kosovo, e la partecipazione italiana a quei bombardamenti senza passare dal parlamento, ma no agli interventi militari per fermare i massacri in Iran o in altre parti del mondo. Viva gli attacchi americani sotto Obama in Libia per rimuovere l’impresentabile dittatore Gheddafi, ma no a rimuovere il presentabilissimo dittatore Maduro».
È ancora diretta al M5S, invece, la battuta sugli «extraprofitti» che le banche starebbero realizzando in questo periodo: «Questo governo è stato l’unico a chiedere contributi per miliardi al sistema bancario. Sarà insufficiente, ma non mi è chiaro perché non lo abbiate fatto quando stavate al governo, nonostante i proventi miliardari che le banche facevano grazie ai vostri provvedimenti». La verità, tira le somme la premier, è semplice: «Non volete accogliere l’appello. Va bene, lo capisco, avete sicuramente le vostre ragioni, ma non vi trincerate dietro questioni che non stanno in cielo né in terra».




