Pubblichiamo l’editoriale-ritratto di Vittorio Feltri, dedicato a Umberto Bossi e pubblicato su Libero il 13 marzo 2005. Il fondatore di Libero ripercorre la traiettoria politica del Senatùr, dal primo incontro fino al governo con il centrodestra e la scelta di rompere con Berlusconi nel 1994; la corsa solitaria alle Politiche del 1996 e il ritorno sulle scene, appunto, del 2005.
Umberto Bossi ha messo fuori il capino dal rifugio familiare. Si fa vedere e sentire. A voce roca ed eloquio inceppato, ma con la testa c’è. Gli italiani, anche quelli che l’hanno in antipatia, sono curiosi di sapere cos’è rimasto di lui. Nessuno ha mai capito chi egli sia: un puro, un furbacchione, un mestierante, uno stratega, un improvvisatore, un lestofante, un mistificatore o un istrione. Probabilmente è tutte queste cose, scekerate. La sua assenza dalla scena ha azzoppato la politica. Il suo rientro è un brodino rassicurante. Il senator è come certi giocatori di calcio; quando è in campo, se la squadra gioca male è colpa sua; quando è in panchina, se la squadra non ingrana, tutti lo invocano. Un uomo strambo dai trascorsi nebulosi. Mille mestieri, studi irregolari, parecchie millanterie.
Agli esordi era guardato come un ufo. Ricordo la sua elezione in Parlamento, nel 1987. La Lega Nord non godeva di alcuna considerazione. Un fenomeno da baraccone. Eppure quell’anno in alcune zone del settentrione, ad esempio nelle tre valli orobiche, ottenne percentuali superiori a quelle del Psi craxiano. “Ma chi è Bossi?”, si domandavano le gerarchie del Corriere della Sera verificando i numeri strabilianti del Carroccio. Non lo conoscevano. Ne ridevano e ne avevano timore. Quale esperto di vicende brembane e seriane in quanto bergamasco, fui incaricato dalla direzione di scrivere un pezzullo sul bizzarro movimento localistico.
Telefonai a Umberto. Niente filtri, non una segretaria, zero. Mi rispose personalmente e lo intervistai. Sembrava stupito che mi occupassi di lui. Parlò senza aggirare un quesito. Ne uscì un buon articolo di tre o quattro cartelle fitte. L’idiota addetto all’impaginazione – i giornali sono pieni di idioti – ne tagliò due terzi e pubblicò il rimanente a due colonne, in basso, cioè ben nascosto. Protestai. Protestavo spesso e non è un caso che stessi sul gozzo a mezza redazione.
Umberto Bossi, gli ultimi giorni del senatur: cosa è successo dopo il ricovero
Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord e figura storica del centrodestra italiano, è morto giovedì 19 ma...Poi il Mondo, settimanale del gruppo Rizzoli, mi commissionò un commento sulla Lega Nord e sulla sua performance elettorale. Ne profittai per dire la verità: Bossi spopolava sui monti perché la gente, delusa da quaranta anni e passa di Dc cui aveva regalato ad ogni legislatura il 60-70% dei consensi, era animata da sani sentimenti di vendetta. I democristiani non ci hanno dato niente, né strade né ferrovie né stadio né attenzione, e noi li rinneghiamo. Diamo la preferenza al matto di Varese almeno imparano a non prenderci sottogamba. Dal 1987 in là quella della Lega fu una galoppata irrefrenabile nelle Valli. L’Umberto aveva intercettato un diffuso malcontento fra i nordisti e ne divenne il killer incaricato di minare la prima Repubblica.
Nel 1989 fui nominato direttore dell’Europeo. E mentre la maggior parte della stampa (e dell’informazione televisiva) snobbava Alberto da Giussano, giudicandolo una espressione folcloristica, il mio settimanale gli accordò pari dignità a tutti gli altri partiti; anzi, lo trattò con passione suscitando attorno alla mia trascurabile persona un’ondata di disprezzo. Feltri è un leghista, dicevano e scrivevano i colleghi. Leghista era sinonimo di imbecille. Nel 1990 la Lega raggiunse in Lombardia, alle Regionali, il 18%. Le certezze di chi aveva sottovalutato il movimento autonomista vacillarono. Le mie certezze sulla sua consistenza si rafforzarono. Un pomeriggio fui convocato al ministero del Bilancio di cui era “padrone” Paolo Cirino Pomicino. ’O ministro era seduto alla scrivania dietro alla quale emergeva solo la sua faccia. Egli mi fece accomodare su una poltrona e mi rimproverò per qualcosa di sgradevole che avevo pubblicato su di lui. Me ne scusai sbrigativamente e subito cominciai ad attaccarlo. La frase più gentile che gli rivolsi fu questa: caro ministro voi della Dc non avete idea di quanto sta accadendo. Fra un paio d’anni sarete spariti. Siete già defunti e non ve ne rendete conto. Bisognerà consegnarvi il certificato di morte così vi toglierete dai piedi.
Mi scrutò. Disse: siete impazzito! Le porgo le mie condoglianze. La Legavi ha uccisi. Cirino Pomicino scoppiò in una risata. Un paio d’anni più tardi ammise che avevo ragione. Ovvio. Non era più ministro, inseguito dai Pm. Qualche tempo prima avevo fatto lo stesso teatrino con Ciriaco De Mita, a casa sua, Nusco, Avellino. Discutendo del più e del meno gli avevo garantito che la prima Repubblica era alla frutta. Rise anche lui. Perché mai dovrebbe accadere un fatto simile? La Lega vi seppellirà. Bossi non era preso sul serio. Paura di quello lì? Ma va’ là. Lui intanto guadagnava terreno. Una sera lo invitarono in tivù. Faccia a faccia con De Mita. Il quale intervenne. Un quarto d’ora di “ragionamendi”. Roba da filosofi della Magna Grecia. I telespettatori intorpiditi dai “ragionamendi” erano sul punto di piombare in un profondo coma. Ma ecco Bossi. Tocca a lui. Umberto si voltò verso l’interlocutore, lo fissò intensamente e sentenziò: ma tàches al tram. Fu uno dei momenti più alti della televisione mondiale. Quel “tàches al tram” era la condanna alla pena capitale della Dc verbosa e inconcludente. Ed era la vittoria della Lega pane e salame.
Conobbi Bossi all’inizio del 1992. Ero appena passato dalla direzione dell’Europeo a quella dell’Indipendente, quotidiano in stato preagonico benché fosse nato da pochi mesi sotto la paternità di Ricardo Levi, oggi pappa e ciccia con Prodi, il che spiega il disastro dell’Unione ulivetana. L’Indipendente, varato nel fragore della grancassa mediatica, vendeva sì e no ventimila copie. Fui chiamato al capezzale dell’organo levitico e accorsi attratto dalla parcella. Avevo voglia di assassinarlo, però resistetti alla tentazione. Pensai: meglio provare a rianimarlo. Come? Trasformandolo in una specie di organo della repubblica del nord. Non avevo alternative.
Cercai un appuntamento con Umberto. Lo ottenni grazie a Giulio Savelli (l’editore di “Porci con le ali”) e sua moglie Pia Luisa Bianco, che era stata mia redattrice all’Europeo. Cena a casa loro. Bossi arrivò in ritardo, pallido come un cencio, reduce da un infartino. A tavola avanzai la richiesta. Senta senator, io riduco l’Indipendente da sala da tè fintoinglese a bettola alpina; lei mi dà una mano? Sì che te la do.
Bossi usava solo la seconda persona singolare. Trascorre un paio di settimane e durante un comizio egli dice ai leghisti: comprate l’Indipendente. Feltri non è leghista ma è uno che la racconta giusta. Figuriamoci la concorrenza. Seppellì l’Umberto sotto una coltre di insulti. Insulti o non insulti, il quotidiano cominciò a crescere. Cresceva a vista d’occhio, vertiginosamente. In nove mesi da ventimila copie salì a sessantamila. Bossi nel frattempo mi telefonò due volte. Non aveva nulla da dirmi. Desiderava solo fare due chiacchiere. In una circostanza mi intrattenne sull’“idem sentire”. Interessante. Il mio interlocutore preferito era Miglio, vecchio professore col quale avevo stretto da decenni buona amicizia. Miglio collaborava col mio giornale, articoli puntuali e puntuti. Mi dava delle dritte. Ci incontravamo periodicamente. Il suo sogno era impossessarsi del Corriere della Sera. Campa cavallo, gli dicevo.
Un dì Patelli, cassiere della Lega, fu accusato di aver trattenuto una tangente di 200 milioni proveniente dalla Montedison. Vergai un fondo dandogli del pirla. Era l’unico modo per ridimensionare la faccenda. Bossi cavalcò il mio suggerimento e scaricò il pirla preservando la reputazione del movimento. Lo incontrai in tribunale il giorno del processo. Mi venne incontro e mi porse la mano: ciao Feltri, grazie di tutto. Grazie a te, Umberto. Fine dei nostri rapporti. Eppure per anni la stampa mi ha attaccato e sbeffeggiato in quanto presunto supporter del leader nordista. Nel nostro mondo non si crede a niente tranne alle balle. Ora mi attribuiscono amicizia con Berlusconi forse perché ho diretto il Giornale del fratello minore, molto minore, Paolo. In realtà con l’Umberto sono unito da un filo giudiziario, querele e controquerele. E con Silvio converso raramente al telefono, di norma perché necessito di un favore che lui non mi nega anche se di me non si fida.
Fa bene a non fidarsi. Bossi ha commesso una serie impressionante di errori. Nel 1994, sedotto da Scalfaro aderì al fosco progetto del ribaltone con D’Alema, Dini e Buttiglione e abbatté il governo Berlusconi di cui la Lega faceva parte. Poi si abbandonò alle invettive: Berluscàz di qua, Berluscàz di là, mafioso eccetera. Alle elezioni del ’96 il Carroccio corse per conto proprio e provocò la sconfitta del Polo; ma non entrò nell’esecutivo ulivesco, e di questo bisogna rendergli merito. Poi il senator delirò: Parlamento padano, governo padano, reiterati annunci di secessione, elezioni burla sotto i gazebo, manifestazioni nibelungiche lungo le sponde del Po, ampolle pagane colme d’acqua del dio-fiume. Il suo ritorno in sé coincise col ritorno della Lega alla casa del padrone di Arcore, la Casa delle Libertà.
Bossi rinsavito è però durato poco. Sul più bello è stato bastonato da una crudele malattia. Peccato per lui e per noi. Vederlo smagrito e affaticato fa pena. Sono lontani i tempi – dei quali abbiamo nostalgia – in cui attaccava al tram De Mita e mezza prima repubblica, faceva tremare il piccolo mondo dei baciapile e dei comunistoidi pateticamente alla ricerca di una parentela costale con lui. Attenzione però. Non è un uomo bensì un gattone, e ha sette vite. Ha già messo le mani avanti, anzi il pugno del figlio Renzo designato delfino erede. La verità è che senza Bossi la Casa delle Libertà si smarrisce tanto alle Regionali quanto alle Nazionali. Bossi è un male necessario. Teniamocelo stretto o faremo indigestione di mortadella. Forza Umberto, sei la nostra salvezza.




