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Giorgia Meloni parla di speranza, Elly Schlein difende lo status quo

Duello sul referendum. Meloni spiega come la riforma rimedia ai problemi della giustizia e vede una "manina" contro Delmastro. Schlein usa la paura
di Fausto Carioti sabato 21 marzo 2026

4' di lettura

Stili e argomenti diversi fino all’ultimo. All’edizione speciale del Tg La7 per il referendum va in onda il duello, in differita, tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein: ognuna è intervistata da sola da Enrico Mentana, non si incrociano nemmeno negli studi. È l’occasione per lanciare l’appello finale agli elettori prima del silenzio imposto dalla legge, e il risultato è la giusta conclusione di quello che si è visto finora. Da una parte, una premier che sta sui contenuti della riforma e fa il possibile per renderli semplici.

Dall’altra, una leader d’opposizione che attribuisce al governo il disegno eversivo per cui «chi prende un voto in più alle elezioni non debba essere giudicato» e appena può devia il discorso su altri argomenti, come la vicenda di Garlasco e la politica di Donald Trump.

In questa sfida tra opposti, la premier, vestita di bianco e grigio chiaro, è la modernizzatrice, la riformista. Spiega che quello che la preoccupa, qualora dovesse vincere il No, «è il messaggio che in questa nazione le cose che non funzionano non si possono cambiare. Che noi non siamo in grado di correggere le storture del sistema». Questo, ammette, «mi spaventa», ma il prezzo «lo pagherebbero i cittadini», non il governo, perché lei - ripete per l’ennesima volta – non si dimetterebbe. All’accusa di non aver accolto nessuna proposta dall’opposizione, risponde che «se erano emendamenti tali da stravolgerla, da renderla una “non riforma”, penso che sia stato giusto bocciarli».

L’avversaria, che si presenta con una giacca color porpora cardinalizio, è invece la sacerdotessa dello status quo. Si mette dietro agli spettri dei «nostri costituenti, persone come De Gasperi, come Nenni, come Calamandrei, come Teresa Mattei, come Nilde Jotti». Ricorda che «hanno fatto insieme la lotta di liberazione da nazisti e fascisti pur essendo molto diversi» e che nella Costituzione «hanno fissato un principio fondamentale che è la separazione dei poteri, non delle carriere». Quando Mentana le fa presente che i Paesi in cui questa separazione non c’è «non sono modelli di democrazia», lei replica che «il nostro modello prevede già un giudice che è terzo e prevede che il pm sia obbligato a raccogliere anche le prove che dimostrano l’innocenza dell’imputato». Le cose, per lei, vanno bene così.

Il principale argomento della premier è l’ottimismo, la fiducia che si possa migliorare la giustizia. Anche nei casi che la sinistra considera strumentalizzazioni, come quello della famiglia del bosco. «C’è qualcosa che non torna in Italia», sostiene Meloni, «se dei genitori che crescono i figli in un bosco vedono messa in discussione la propria potestà genitoriale, che invece non è messa in discussione quando i bambini sono mandati a rubare o a fare accattonaggio, o quando i mafiosi insegnano a sparare ai loro figli da piccolissimi».

Insomma, c’è «un approccio ideologico» da parte di certi magistrati, ma c’è anche «un problema di negligenza», perché si tende a fare «la scelta più facile, che è quella di allontanare i figli dai loro genitori, come se non importasse il tipo di impatto che ha su quei bambini».

In questi casi, avverte, introdurre «il principio della responsabilità», come fa la riforma cambiando gli organi che giudicano il lavoro dei magistrati, migliorerebbe molto le cose. Il tema forte di Schlein, al contrario, è la paura. Il nuovo testo della Costituzione conferma l’autonomia della magistratura dalla politica, ma secondo lei dietro c’è dell’altro: la riforma «evidentemente mira» a mettere i giudici «sotto il controllo del governo». Insinua che essa porti a un «super poliziotto sotto l’influenza dell’esecutivo», sul modello degli Stati Uniti, dove, «quando gli agenti federali dell’Ice hanno ucciso Renée Good, una cittadina americana, sette procuratori federali si sono dimessi perché il dipartimento di giustizia di Trump ha fatto pressione per impedirgli di indagare».

Si parla della vicenda del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, tema che la sinistra usa per delegittimare la riforma. Già da giovedì, dice Schlein, «Giorgia Meloni avrebbe dovuto pretendere le dimissioni di Delmastro». La presidente del consiglio fa sapere che intende parlargli molto presto, e che tutto quello che sa è ciò che ha letto sulla stampa.

Riporta comunque la storia ai suoi termini essenziali: «C’è un sottosegretario che acquista le quote di un ristorante con dei soci incensurati e che quando scopre che non uno dei soci, ma il padre di uno dei soci, ha problemi con la giustizia, le rivende». È questa, chiede, «la cosa peggiore che si ha contro il governo italiano?». Non è contenta, s’intende: Delmastro, nota, «è stato leggero». Però non esclude (anzi) che dietro alla diffusione della storia ci sia stata «una manina che dice: negli ultimi giorni di campagna elettorale tiriamo fuori la cosa peggiore che abbiamo contro il governo». Se poi la questione fosse «più ampia di come appare e ci fossero altri problemi», i magistrati «faranno il loro lavoro». E se vince il Sì, chiosa, «lo faranno molto meglio».
 

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