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Giuseppe Conte premier, il piano del Pd per blindare il Quirinale

di Elisa Calessimartedì 31 marzo 2026
Giuseppe Conte premier, il piano del Pd per blindare il Quirinale

4' di lettura

Continua, nel centrosinistra, il dibattito sulle primarie. Parallelo all’altro dibattito, più sottotraccia, ma altrettanto vivo, di cui Libero, ieri, ha dato conto: quello su chi sarà il prossimo inquilino del Quirinale. Anche perché le due partite sono strettamente intrecciate. Non siamo più nella Prima Repubblica, dove il manuale Cencelli era rigidamente osservato nella distribuzione di tutte le cariche.

Ma anche ora certi equilibri vanno rispettati. Per cui, in questi giorni, gira un ragionamento che ha una sua ferrea logica: se il M5S dovesse conquistare Palazzo Chigi, il Quirinale spetterebbe gioco forza al Pd. E viceversa. Se il Pd conquista Palazzo Chigi, il Colle più alto deve andare al secondo partito della coalizione, presumibilmente il M5S. Ma siccome, si dice, il M5S non ha grandi candidati adatti per il Quirinale, sarebbe preferibile che per quella carica corresse un dem. O una personalità vicina al Pd. Un’altra ragione per cui, tra i notabili del Pd, non dispiace così tanto l’ipotesi che Palazzo Chigi vada a Conte.

Nella rosa dei candidabili, si sfila Giuliano Amato, che in una lettera a Libero fa notare che, per ragioni di età, il suo nome non può essere in campo. «Sto per compiere 88 anni, quando Sergio Mattarella lascerà l’incarico potrei averne più di 90. Se dovessi avanzare o accettare una candidatura del genere, troverei in ciò la prova irrefutabile di una mia sopravvenuta demenza senile».

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IL NODO

Del resto, non c’è il rischio che i nomi manchino. Semmai il problema sarà sfogliare la rosa. Intanto, però, c’è da sbrogliare la matassa della partita collegata al Quirinale: quella per Palazzo Chigi. Matassa che si fa sempre più ingarbugliata. Se, infatti, cresce tra i notabili la voglia di convincere Schlein a farsi da parte, anche chi la vorrebbe candidato premier, teme sempre di più che, per lei, le cose si mettano male. È sempre più evidente, infatti, che se le primarie si faranno, la competizione sarà vera, senza rete, aperta a qualunque esito.

Non una incoronazione, come accadde per Romano Prodi o Walter Veltroni, ma una sfida vera. Come - quasi un contrappasso - accadde tra Elly Schlein e Stefano Bonaccini. E se proprio si dovesse scommettere, è probabile che a vincerle potrebbe essere il leader del M5S.

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A confermarlo è un altro studio, questa volta di Yoodata, secondo cui la variabile determinante sarà la partecipazione: «Con affluenza bassa (sotto 700mila)», spiega Alessandro Amadori, direttore scientifico di Yoodata, «prevale il nocciolo duro del Pd e Schlein sarebbe avvantaggiata. Con partecipazione intermedia (700mila-1,2 milioni), la sfida diventerebbe equilibrata grazie all’ingresso degli elettori “ibridi”. Oltre 1,2 milioni, invece, entrerebbe in campo un'area più larga, potenzialmente favorevole a Conte. In ogni caso, il numero dei votanti conterà quanto- se non più - dei candidati stessi", conclude Amadori.

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I FEDELISSIMI

E vista la partecipazione al referendum, è più probabile che l’affluenza sia medio-alta. Non c’è da stupirsi, perciò, che nel Pd si freni. «Non mettiamo il carro davanti ai buoi», diceva ieri a Repubblica Marco Sarracino, molto vicino alla segreteria. Prima il programma, aggiungeva, poi si penserà a chi fa il candidato premier. Ma non è solo il Pd a frenare. «Secondo me non sono necessarie, non sono qualcosa che ho in agenda ora», ha detto ieri Ilaria Salis a Un Giorno da Pecora su Rai Radio1, dicendo di preferire il metodo scelto dal centrodestra: fa il premier il segretario del partito con più voti. Idem Nicola Fratoianni, co-leader di Avs: «Non mi sembra il punto, non mi sembra l’argomento più urgente.

Non mi sembra che i ragazzi che hanno fatto vincere il No al referendum ci facciano come primissima domanda: come scegliete il leader?». Il motivo è presto detto: dentro Avs preferiscono mille volte Schlein a Conte.

OUTSIDER

I rapporti con lei si sono rinsaldati. E nonostante alcune differenze su alcuni punti (politica estera) la sintonia è maggiore rispetto a quella con Conte. Persino un esperto come Clemente Mastella sconsiglia di seguire i gazebo: «Io non le farei, assolutamente no», ha detto, suggerendo un’altra via: «Bisogna mettersi tutti d’accordo. Se Conte e Schlein si accordassero, basterebbe seguire quello prescelto». Ma se proprio si faranno, ha aggiunto, potrebbe esserci anche lui: «Mi potrei candidare anche io, perché no? Serve anche qualcuno di centro e, casino per casino, partecipo anche io...». No alle primarie anche dai Socialisti in Movimento che in un comunicato chiedono di «evitare le primarie», ma se proprio si vogliono fare, «meglio non candidare né Conte né Schlein», per evitare «una sfida chiusa» e «che chiunque vinca non sia poi in grado di recuperare il consenso degli elettori del partito perdente».

I famosi strascichi che potrebbero segnare i rapporti dopo. Vedi quello che accadde dopo le primarie finora più vere, quelle tra Pier Luigi Bersani (per molti la “carta segreta” per Palazzo Chigi di cui parlava ieri Rosy Bindi) e Matteo Renzi.