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Cos'è oggi l'Anpi? Un partito di sinistra

Il presidente Pagliarulo & soci delle brigate partigiane del XXI secolo intervengono su tutto quanto fa spettacolo col passepartout di una sigla
di Marco Patricelli mercoledì 29 aprile 2026

Anpi

3' di lettura

L’Associazione partigiani non sa esattamente cosa è ma sa perfettamente cosa vorrebbe essere. Ha compiutola metamorfosi da Ente morale a partito politico senza neppure la crisalide del gioco democratico che passa dal voto, e pretende di rappresentare col 97% di arruolamenti di massa il 3% residuale dei partigiani. Si è autoinvestita di un ruolo, che non ha, sgomitando e andando a presidiare quegli spazi lasciati colpevolmente sguarniti dalle istituzioni. È l’Anpi, nata nel 1945 sulla scia della guerra di liberazione vinta dagli Alleati e alla quale partecipò da comprimaria credendosi protagonista, e lì rimasta dopo ottanta anni: stesso linguaggio contrappositivo, stessa ossessione per un nemico che non esiste più ma di cui ha un disperato bisogno per legittimare la propria esistenza. L’Associazione partigiani, che ancora nel 1947 palpitava per Stalin padre dei popoli e artefice del paradiso sovietico sulla terra, è sopravvissuta a due scissioni a pioggia che l’avevano svuotata di tutte le altre componenti partitiche, sbocconcellando e rifagocitando Fivl e Fiap che oggi, non alzando mai la voce su nulla, nulla possono per impedire la tracimazione mediatica di Anpi su tutto. Un catalizzatore per cinquanta sfumature di rosso, dal ravanello pallido al carminio acceso dei partiti che la spalleggiano, che a caccia di tutti gli “ismi” del vocabolario dal fascismo al sovranismo, incarna antagonismo, illusionismo e misticismo.

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I tesserati si definiscono a loro volta partigiani, anche se obiettori di coscienza o esonerati dal servizio militare, e se ne sono autoconvinti, riuscendo a convincere anche i volenterosi artefici e pontefici delle sinistre varie. Sono stati scientifici nell’applicare i princìpi della propaganda che una volta proveniva d’oltre cortina, radicandosi in estimatori e nostalgici della rivoluzione mancata e delle piazze vibranti di sdegno e insorgenza. Hanno consacrato il potere taumaturgico del fazzoletto tricolore: basta indossarlo e senza neppure il tocco della bacchetta magica si diventa storici contemporaneisti, giudici della corte costituzionale, inflessibili colonnelli a guardia della memoria e filosofi di etica e politica.

Il presidente Pagliarulo & soci delle brigate partigiane del XXI secolo intervengono su tutto quanto fa spettacolo col passepartout di una sigla che riuscì persino a spezzare il lockdown da Covid per celebrare il 25 aprile in regime di monopolio: una circolare ad hoc lo consentì, perché orwellianamente loro sono “più uguali” degli altri, ma era il governo di allora mica quello di adesso visto come il fumo negli occhi. Da dopolavoristi sono diventati infaticabili attivisti che pescano nella Cgil, tra i pensionati, tra i neodiciottenni e persino tra i musicisti che familiarizzano con le note di “Bella Ciao” anche se è un falso storico.

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Prendono posizione su qualsiasi cosa accada o auspicano o temono possa accadere. Nella metamorfosi a tinte da profondo rosso urlano alla libertà e alla democrazia facendo collezione di bandiere in parata che esprimono le peggiori dittature del mondo e pure di movimenti terroristici, osteggiando gli odiati Stati Uniti che hanno consentito a loro di esistere e pure Israele e visto che ci sono anche gli ebrei, ma tanto sono loro a stampare e timbrare patenti e passaporti di democrazia con la presunzione di stare sempre dalla parte giusta: la loro, in autocertificazione.

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