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Il diritto internazionale e i valori cristiani

Nell'attuale ordinamento manca strutturalmente un analogo meccanismo di enforcement. Per cui il rispetto delle norme è rimesso alla volontà dei singoli Stati
di Alfredo Mantovano giovedì 14 maggio 2026

4' di lettura

Pubblichiamo stralci dell’intervento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano al convegno “Diritto internazionale: tramonto o eclissi?”, organizzato ieri dal Centro studi Rosario Livatino nella Sala Koch del Senato.

I due termini chiave del titolo scelto per il convegno – tramonto o eclissi - potrebbero indurre a ritenere che vi è stato un tempo durante il quale il diritto internazionale è stato un astro che ha brillato nel cielo: per cui lo sforzo da compiere sarebbe capire se l’attuale crisi (...) sia temporanea o definitiva. In realtà, il diritto internazionale, per lo meno negli ultimi secoli, non ha mai mostrato di essere in buona salute. Che cosa voglio dire? Che se ritengo che un mio diritto sia stato violato posso ricorrere al giudice, sapendo che il sistema nel suo insieme farà rispettare la sentenza emessa, se necessario anche coattivamente. Nell’ordinamento internazionale manca strutturalmente un analogo meccanismo di enforcement. Per cui il rispetto delle norme è rimesso alla volontà dei singoli Stati; una volta fallito il tentativo di comporre i conflitti con la diplomazia, la soluzione per far valere le proprie ragioni, o le proprie pretese, diventa il conflitto, anche armato. Questa strutturale difficoltà è sempre stata avvertita sul piano teorico. In tanti, nei decenni scorsi hanno condiviso l’errore che con le organizzazioni sovranazionali cui gli Stati avevano trasferito porzioni di sovranità, l’ordinamento nato nel secondo Dopoguerra avesse finalmente superato la storica debolezza del diritto internazionale. Questa illusione ha impedito – e in parte ancora impedisce – di leggere la realtà per quel che è davvero.

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L’apoteosi del misunderstanding è stata raggiunta all’inizio degli anni 1990, dopo la caduta dei Muri: gli scaffali delle nostre librerie erano pieni delle copie de La fine della storia di Fukuyama, ma in Rwanda si consumava uno dei più tragici genocidi e nei Balcani esplodeva una guerra micidiale. Se oggi quest’insieme di regole appare prossimo all’Estrema unzione, nei fatti dal Secondo dopoguerra non sono mai mancate guerre e conflitti. Qualche minimo cenno: 1950, guerra di Corea; 1955, e per vent’anni, fino al 1975, guerra in Vietnam; dal 1948 in poi, guerre periodiche fra Israele e i Paesi confinanti; giustamente condanniamo oggi - e indichiamo come violazione del diritto internazionale - l’invasione russa dell’Ucraina. È vero che dal 1945 in poi la Germania non ha più invaso la Francia – e neanche la Polonia! -; ed è vero che Waterloo e le coste della Normandia oggi sono interessanti siti turistici, non campi di battaglia. Però perfino l’Europa Occidentale è stata teatro di conflitti, per lo più interni ad alcuni Stati, che hanno avuto ricadute al di là dei loro confini: non dimentichiamo quanto accaduto per decenni nell’Irlanda del Nord, o nei Paesi Baschi, o nella ex Jugoslavia.

Diventa allora necessario avere il coraggio di risalire, con sguardo critico, alle cause profonde dell’attuale crisi del diritto internazionale. Sono molte e sono complesse. Ne cito in particolare due di esse: la perdita del fondamento della vincolatività del diritto internazionale; il concreto quotidiano atteggiarsi delle organizzazioni internazionali. Il quadro è aggravato da un ulteriore fenomeno: il progressivo ampliamento del raggio di intervento delle organizzazioni sovranazionali e internazionali. Un ampliamento che ha portato queste organizzazioni ad occuparsi di aspetti sempre più minuziosi della vita delle singole persone e degli Stati: dalle campagne contro l’utilizzo della carne e dell’alcol, fino all’obbligo di inserire negli ordinamenti statali nuove fattispecie di reato su temi eticamente sensibili.

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È ancora giustificabile la logica di blocco nel Consiglio di sicurezza Onu? Che cosa possiamo fare come Italia? Fin dall’inizio come governo abbiamo impostato una politica estera fondata su premesse differenti rispetto a quelle di alcune organizzazioni internazionali e rispettose delle diversità di ciascuna Nazione. Ne è espressione il Piano Mattei, basato sul principio della collaborazione pragmatica, amichevole, paritaria e aperta con i partner africani. È grazie all’equilibrio mostrato rispetto alle gravi tensioni in Medio Oriente che siamo percepiti quali interlocutori autorevoli in quel quadrante. Riprendo un editoriale comparso sul Corriere della sera di un mese fa circa (15 aprile) di Ernesto Galli della Loggia. Il quale nota come, per secoli, quella volontà comune è stata garantita dalla condivisione profonda di valori comuni: quelli della Res publica Christiana, in cui «i regnanti dell’Europa medievale e moderna si sentirono spinti non solo dal proprio interesse (...) ma anche dalla propria fede a osservare un certo codice di regole».

Nessuno immagina che oggi si possa restaurare un ordine politico e sociale che è consegnato alla storia. Ciò però non significa che la cultura che ne era alla base non abbia più nulla da dire, o non sia più feconda. Esco allora dall’area ecclesiale e torno a Vittorio Emanuele Orlando e alla sua prolusione di quasi 80 anni fa. Orlando come governante non era vicino alla Chiesa, eppure rilegge gli orrori delle due Guerre Mondiali alla luce della celebre immagine, tratta dal libro dell’Apocalisse, in cui Satana, dopo essere stato incatenato dall’Angelo per mille anni, viene slegato “per un po’” (“modico tempore”). Quell’immagine illustra una verità che noi contemporanei dimentichiamo con troppa facilità: la guerra esprime un mistero più ampio, il mistero del Male. Dico una banalità: è proprio coltivando e disseminando concretamente il bene che si vince il male. È quello che realizzarono i primi cristiani: fecondarono il mondo con messaggi, principi e valori assolutamente inediti, e ci hanno tramandato un patrimonio di cui l’Occidente, anche nelle sue componenti laiche, non cessa di essere debitore. Questi valori costituiscono il fondamento del diritto internazionale. Riscoprirne e riportarne alla luce le origini più profonde – non necessariamente confessionali, ma certamente culturali – non è torcere il collo. Siamo nell’ottavo centenario della morte del Santo di Assisi. Non è un caso se il Patrono d’Italia non sia né Martin LuteroGiovanni Calvino. Per cui spero che non sia irriguardoso verso i cultori del diritto internazionale concludere che se c’è un testo, che può spiegare che cos’è il diritto internazionale, quel testo è il Cantico delle creature. Vi ringrazio.

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