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La Meloni ricorda Giorgio Almirante e i dem rispondono dicendo balle sul Msi

Giorgia Meloni parla e la sinistra va fuori di testa. Il copione è sempre lo stesso e ieri si è ripetuto in occasione dell’anniversario della morte di Giorgio Almirante
di Alberto Busaccasabato 23 maggio 2026
La Meloni ricorda Giorgio Almirante e i dem rispondono dicendo balle sul Msi

3' di lettura

Giorgia Meloni parla e la sinistra va fuori di testa. Il copione è sempre lo stesso e ieri si è ripetuto in occasione dell’anniversario della morte di Giorgio Almirante, a lungo leader del Movimento sociale italiano. «Il mio pensiero», ha scritto la premier, «va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto». «A 38 anni dalla sua scomparsa», è stato invece il messaggio del presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ricordiamo e rendiamo omaggio alla figura di Almirante. Un uomo che ha dedicato la sua vita alla politica e alla Nazione, con coerenza, passione e profondo rispetto delle Istituzioni repubblicane e dell'avversario politico». Ora, che la Meloni e La Russa ricordino Almirante non dovrebbe fare scalpore. Nel simbolo di Fratelli d’Italia, d’altra parte, c’è ancora oggi la fiamma del Msi.

Eppure a sinistra le frasi di Ignazio e Giorgia non sono andate giù. «La Meloni», ha attaccato il dem Andrea Orlando, «rivendica la continuità con il percorso politico di Almirante. Un percorso iniziato nella redazione della rivista La difesa della razza, passando per i repubblichini di Salò, fucilando partigiani, intrecciandosi poi con la stagione delle trame nere e dell’estremismo neofascista. Un bel percorso davvero!». Ancora più duro Simone D’Angelo, consigliere del Pd in Regione Liguria: «L’uomo che Meloni e La Russa innalzano a modello è lo stesso che fu segretario di redazione della famigerata rivista La difesa della razza. È lo stesso gerarca di Salò che nel maggio del 1944 firmò un bando che condannava i partigiani e i renitenti alla leva alla fucilazione. Ed è lo stesso che fu rinviato a giudizio per aver finanziato con 35.000 dollari la latitanza in Spagna del terrorista neofascista Carlo Cicuttini dopo la strage di Peteano, sfuggendo al processo solo nascondendosi dietro l'immunità parlamentare e un’amnistia. Chi siede ai vertici dello Stato non dovrebbe mai usare il proprio ruolo per tentare di riscrivere o cercare di ripulire la (propria) storia». Accuse pesanti, quelle dei dem. Ma sono vere? Analizziamole una per una.

1) Almirante era razzista. Sì, è vero, lavorò al periodico La difesa della razza e scrisse articoli palesemente razzisti. Ma il suo passato razzista, simile a quello di tanti altri, lo ha rinnegato più volte. 2) Era un fucilatore di partigiani. Questa accusa si riferisce a un caso esploso negli anni Settanta in seguito ad alcuni articoli del Manifesto e dell’Unità su un bando anti-partigiano che sarebbe stato firmato da Almirante. La questione finì in tribunale, e le sentenze certificarono che Almirante non aveva firmato nessun bando, banalmente perché non ne aveva il potere. 3) Aveva legami coi terroristi. È vero che Almirante, accusato di favoreggiamento di un terrorista, non venne processato grazie a un’amnistia, ma va detto che il suo coimputato venne processato e assolto «perché il fatto non sussiste», facendo di fatto cadere le accuse. Insomma, la realtà è ben diversa da quello che dicono i dem. D’altra parte, se fosse stato un fucilatore di partigiani e un amico dei terroristi, un certo Giorgio Napolitano, nel 2014, non avrebbe celebrato Almirante ricordando il suo «convinto rispetto per le istituzioni repubblicane che in Parlamento si esprimeva attraverso uno stile oratorio efficace e privo di eccessi, anche se spesso aspro nei toni». Erano solo 12 anni fa, ma sembra passato un secolo...