Daniela Santanchè vince di nuovo contro il giudice Antonio Esposito. Questa volta a darle ragione è stata la Corte d’Appello civile di Roma, che ha integralmente respinto l’appello promosso dal magistrato, già Presidente della II Sezione Penale della Corte di Cassazione, che aveva chiesto il risarcimento dei danni accusandola di diffamazione in relazione ad alcune dichiarazioni che l’ex ministro del Turismo aveva rilasciato in seguito alla sentenza sul caso Mediaset. Si tratta di una vicenda che risale addirittura al 2013, anno appunto in cui si chiuse il processo sui diritti televisivi a carico di Mediaset. All’indomani della condanna di Berlusconi in Cassazione per frode fiscale, Santanchè disse che fu un «golpe», un «colpo di Stato». La senatrice di Fdi definì la sentenza «una pronuncia politica, ideologica», la quale non aveva «niente a che vedere con lo Stato di diritto». E ancora, Santanchè si era scagliata contro Esposito definendolo «un presidente che farebbe venire la pelle d’oca a chiunque» e che «la giustizia è come un cancro».
La parlamentare era finita nel mirino del giudice Esposito già nel 2019, quando partì la causa civile con richiesta di risarcimento pari a 150mila euro per alcune interviste e dichiarazioni. Tuttavia, nel 2022 il tribunale civile di Roma rigettò la richiesta di risarcimento promossa dal magistrato, che era presidente della sezione feriale della Cassazione che condannò Berlusconi per frode fiscale. E ieri si è chiuso un altro capitolo della vicenda. E Santanchè ha vinto ancora. Come sottolinea il suo legale, Daniela Missaglia, «con una decisione ampia e articolata», la Corte d’Appello «ha integralmente respinto l’appello promosso» da Esposito, confermando «il rigetto delle domande risarcitorie avanzate» nei confronti di Santanchè.
«La pronuncia assume un significato che travalica la vicenda personale delle parti» aggiunge l’avvocato. «La Corte ha infatti riaffermato un principio essenziale di ogni ordinamento democratico: la critica all’esercizio del potere, compreso quello giudiziario, non può essere compressa soltanto perché severa, sgradita o politicamente divisiva. Anche espressioni particolarmente dure, provocatorie e fortemente polemiche possono rientrare nell’alveo della libertà costituzionalmente garantita quando si inseriscono in un dibattito di straordinario interesse pubblico e rappresentano giudizi di valore, non attribuzioni di fatti falsi».
Per il legale «troppo spesso, negli ultimi anni, il confine tra tutela della reputazione e limitazione del dissenso è apparso sempre più sottile». «Accolgo con soddisfazione una decisione che non tutela soltanto una parte processuale» ma «riafferma un principio che appartiene a tutti: la libertà di critica non è una concessione dello Stato. È una delle sue fondamenta», conclude.