«Sull’inchiesta relativa alla prima Torre (La Torre Milano, uno dei filoni d’inchiesta avviati dalla Procura del capoluogo lombardo sull’urbanistica, ndr) lo sa che ho vinto una scommessa?».
E cosa aveva scommesso, dottor Antonio Di Pietro? (Sì, proprio lui, l’ex pm di Mani Pulite, ex ministro delle Infrastrutture ed ex leader dell’Italia dei Valori)
«La posta in palio, con un suo collega del quale non le farò mai il nome, era un caffè. Il motivo del contendere la sentenza. Avevo puntato sull’assoluzione e così è andata...».
Il 16 giugno scorso il Tribunale di Milano ha assolto gli 8 imputati finiti a processo per il caso Torre Milano con formula piena. Si è trattato della prima sentenza del filone sulle inchieste urbanistiche milanesi. Ha vinto la scommessa perché lei conosce bene Milano, sa cos’è questa città è quanto pesi il settore dell’urbanistica sull’economia o per altre ragioni?
«Guardi, Mani pulite per me (e parlo solo di me) è finita nel 1994. E quella, piaccia o non piaccia, è già storia. Qui siamo di fronte a tutt’altra cosa. I magistrati inquirenti non hanno cercato i colpevoli di un reato, ma dei colpevoli ai quali attribuire un reato. Per questa ragione ho vinto la scommessa».
Dottor Di Pietro, mi faccia capire: sono state invertite le regole del gioco allora?
«Premesso che il mio vuole essere un ragionamento di carattere generale, pur toccando anche Milano, mi sembra del tutto evidente il rischio di passare da uno Stato di Diritto ad uno Stato di Polizia. Le faccio un esempio per capirci»...
Ecco, sì.
«Un necroforo non lavora se non c’è il morto...».
Beh, più chiaro di così... Ma è cosa cambiato, allora, da Mani pulite ad oggi?
«L’impressione è che dopo quella inchiesta milanese abbia preso il sopravvento un filone di magistrati, (Di Pietro non usa, volutamente forse, il termine corrente, ndr) che invertono l’ordine dei fattori: invece che cercare l’autore dopo che il reato è avvenuto, vanno alla ricerca di soggetti mediaticamente esposti per verificare se hanno commesso un reato. Insomma spesso capita che si cerca prima l’autore e poi il reato e questo, per me, è il contrario di quel che deve avvenire in uno Stato di diritto».
Quindi anche lei ne è stato vittima?
«E come no. Più volte indagato, ma sempre assolto, anzi prosciolto ancor prima del processo. Il guaio è che ti resta addosso l’ombra di quelle vicende giudiziarie. L’opinione pubblica, in senso, lato non vede mai le cose nella loro totalità».
Se le propongono di candidarsi a sindaco, al netto dello schieramento, oppure le offrono un posto da assessore all’urbanistica, lei che fa?
«D’istinto direi “No, grazie”. Sono tornato nel mio paese e a 75 anni seguo le vicende milanesi leggendo i giornali».
Quindi declinerebbe l’invito?
«Ripeto, “no grazie” ma sono curioso di sapere come, a chi e perché è venuta fuori questa idea di pensare a me come sindaco di Milano».
(A fare il suo nome, in particolare, è stata la senatrice di Fdi, Daniela Santanchè, ndr) Eppure, almeno come assessore all’urbanistica, non sarebbe male...
«Ogni cosa a suo tempo e, per quanto mi riguarda, il tempo mi pare sia passato da un pezzo...».
Fosse stato in Parlamento avrebbe sostenuto il cosiddetto “Salva Milano”?
«Certo che lo avrei sostenuto. E lo avrei pure votato. Ma non per bloccare le inchieste (quelle è bene che facciano il loro corso) bensì per ribadire il primato della politica nella programmazione urbanistica di una città. Sulle scelte politiche di una Amministrazione comunale il giudice non è il magistrato, ma l’elettore. Dipende dalla volontà dei cittadini che giudicano con il voto se le scelte fatte da un’amministrazione siano state giuste o sbagliate».
Candidato sindaco, a Milano, no. Ma un consiglio al prossimo primo cittadino?
«Uno solo: ora che sei diventato Sindaco, fai tuo dovere e preparati a pagarne le conseguenze, positive o negative che siano».
Con Beppe Sala, attuale inquilino di Palazzo Marino, ha un buon rapporto. Che voto gli dà?
«Ha fatto quello che poteva fare. Si è barcamenato, da buon democristiano ha tirato avanti per quel che poteva...».
E a Di Pietro invece?
Pausa... «Non rinnego nulla di quello che ho fatto. Da magistrato, soprattutto. Solo per quanto avvenuto in politica ho dei rimpianti, soprattutto se devi pagare un prezzo altissimo per colpe commesse da altri. Magari avessi potuto mantenere la toga, ma anche io mi sono trovato davanti a dei magistrati che prima hanno individuato il personaggio da colpire e poi hanno cercato le prove, ma questa è un’altra storia...».