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Report, la doppia morale dei paladini della verità

Secondo la trasmissione Rai le fonti vanno protette soltanto se sono amiche
di Pieremilio Sammarco mercoledì 15 luglio 2026

2' di lettura

La querela di Ranucci contro i giornali che pubblicano le notizie dell’inchiesta e dei suoi rapporti con Lavitola evidenzia un paradosso significativo. Ranucci denuncia il “metodo Report” e scopre, con improvviso turbamento, quanto sia fastidioso trovarsi oggetto dell’inchiesta giornalistica.

Per anni il metodo è stato celebrato come igiene democratica: fonti riservate, atti, retroscena, intercettazioni, carte secretate finiti chissà come sul tavolo giusto, allusioni servite con il tono grave di chi non sbaglia mai. Tutto nobile, necessario per fini pubblici e assolto in anticipo dal sigillo del giornalismo d’inchiesta. Poi il metodo cambia bersaglio, sfiora casa Report e il sacerdote dell’indignazione riscopre d’un tratto il codice di procedura penale, la privacy, il segreto istruttorio, il danno reputazionale. Il doppiopesismo sta qui, nudo e davanti a tutti. Se la fonte parla a Report, è coraggio civile. Se parla di Report e dei suoi protagonisti diventa minaccia illegittima. Se l’atto serve alla trasmissione, è diritto di cronaca, se serve agli altri quotidiani, è rivelazione sospetta fonte di indignazione. Se la telecamera entra nelle stanze altrui, è servizio pubblico, se invece qualcuno accende un faro nel retrobottega di Ranucci, scatta l’allarme della lesa maestà.

Naturalmente Ranucci ha tutto il diritto di tutelarsi nelle sedi competenti, ma non si tratta di una questione processuale, quanto morale. E su questo piano la scena diventa impietosa: chi ha costruito la propria autorevolezza pubblica sulla vigilanza verso il potere sembra oggi accorgersi che il controllo è virtù civica da proteggere quando riguarda gli altri, ma si trasforma in fastidio intollerabile quando si rivolge a sé stesso.

Report ha spiegato agli italiani che nessuno deve sottrarsi alle domande; oggi sembra nessuno, tranne Report. Perché le fonti vanno protette solo quando alimentano il copione giusto, non quando riguardano il santuario televisivo di via Teulada. È questo il contrappasso: non una vendetta, ma un boomerang. Le parole “trasparenza”, “fonti”, “inchiesta”, “diritto di sapere”, “interesse pubblico” tornano indietro e colpiscono chi le ha usate per anni come randelli morali. Ranucci ha incontrato il proprio riflesso: non lo ha riconosciuto e lo ha querelato.

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