Un nome sulla scatola dei dispositivi di protezione, un altro (diverso) nel decreto di sequestro del pubblico ministero, un terzo (ancor differente) nel sistema informatico della ditta di trasporto e stoccaggio. È da qui che parte il rebus delle mascherine cinesi finite nei depositi della rete Sda durante l’emergenza Covid. A Settala, l’11 febbraio 2021, la Guardia di Finanza sequestra dieci FFP3 attribuite a Wenzhou Yongzheng Medical Technology e dieci KN95 ricondotte a Wenzhou Xilian Electrical Technology. Ma per quest’ultimo gruppo compare subito una anomalia: nell’archivio elettronico degli spedizionieri, il produttore è registrato come “Xinie”. Una sigla che di fatto, come rilevano immediatamente le Fiamme Gialle, non esiste.
Paolo Bruno Campanile, responsabile della logistica Sda per la commessa della Protezione Civile nel Nord Italia, mette a verbale: «Il produttore dei Dpi non corrisponde a quello indicato all’interno del decreto», spiega, «a causa di un errore di registrazione al sistema, ma il numero di colli, il numero di pezzi per collo ed il numero Air Waybill corrispondono a quello che all’interno dei nostri sistemi risulta essere sotto la voce Xinie». I numeri tornano, il nome no. Coincidono l’Awb, i colli e le quantità. Resta però senza risposta la domanda più importante: da dove è saltato fuori “Xinie”? Un refuso, un’abbreviazione, una traduzione storta, un marchio o un’altra società?
Nessuno lo sa. E quando i finanzieri chiedono la documentazione amministrativa del consorzio, questa non è disponibile. «Posso presumibilmente dirvi», sottolinea ancora Campanile, «che l’importatore dei dispositivi di protezione individuale è la società Wenzhou Light Industrial Product Arts & Crafts Import Export Co. Ltd. , dato preso dal foglio Excel del magazzino a cui corrispondono i campioni da voi sequestrati». Quel “presumibilmente” pesa. La società che ha inondato l’Italia di milioni di mascherine (farlocche) non viene individuata attraverso una fattura o una dichiarazione doganale, ma tramite un file Excel interno di una società privata. Un caso isolato, si dirà. Uno sbaglio fatto in buona fede incalzati dallo stress delle consegne di quei mesi complicati. In realtà, un problema del genere era già emerso una settimana prima in un altro deposito, ad Arcese di Cesano Maderno.
«Devo precisare», è sempre Campanile a raccontare a verbale, «che sulle bolle di spedizione che vi ho consegnato risulta solo il nominativo della società fornitrice e il relativo codice Lta, identificativo unico della spedizione, a volte riportato anche come Awb, ma non riporta la società produttrice delle mascherine in parola». Dunque, le fabbriche che hanno materialmente prodotto le mascherine, scegliendo i tessuti e preoccupandosi delle validazioni e dei controlli qualità, son rimaste avvolte in una cortina fumogena di anonimato. Per risalire alla ditta bisognava incrociare (con un po’di fortuna) codice di spedizione, collo, confezione, marchio e certificato interno. Una caccia al tesoro, più che una lettura lineare di documenti che avrebbero dovuto tracciare, senza dubbi o errate interpretazioni, l’identità di chi ha prodotto cosa, e di chi ha trasportato cosa in Italia.
Per alcune commesse, hanno inoltre scoperto i finanzieri, mancava persino una bolla capace di collegare senza dubbi il fornitore alla spedizione. «Per tre di queste spedizioni», prosegue Campanile, «non riesco a fornirvi un documento che associ univocamente il fornitore alla spedizione. Pertanto», conclude, «vi fornisco un’estrapolazione in formato Excel che ci ha inviato la Protezione civile». L’identità incerta dei produttori, peraltro, non si nascondeva solo nei magazzini e nelle bolle fantasma. La stessa crepa compariva a monte, negli uffici della Struttura commissariale che, per un contratto da 294 milioni di euro, aveva omesso di indicare nella lettera di incarico l’Usci, ovvero un codice numerico di 18 cifre, in vigore in Cina, che assomiglia molto alla nostra partita Iva. Una informazione irrinunciabile per qualsiasi Pubblica Amministrazione che avesse a cuore la tracciabilità dei pagamenti e delle forniture. Ma in Italia, a quel tempo, regnava l’anarchia.