Non c’è estate che tenga, né vacanza che riesca a placare la foga ideologica della sinistra sindacale. Appena archiviati ombrelloni e asciugamani, la Cgil tira subito fuori dal cassetto il solito copione della protesta permanente. Il pretesto per scaldare i motori in vista della stagione del dibattito sull’ultima Legge di Bilancio della legislatura è già pronto: una «grande manifestazione nazionale» convocata per sabato 17 ottobre a Roma.
Un appuntamento fisso, una sorta di rito propiziatorio autunnale in cui il sindacato rosso spolvera le sue sigle di supporto, radunate sotto il pomposo ombrello de “La Via Maestra” insieme a oltre cento associazioni d’area, per dare il via alla solita campagna di delegittimazione contro l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
I toni, del resto, sono gli stessi di sempre: apocalittici, catastrofisti, improntati alla chiamata alle armi contro una fantomatica «torsione autoritaria». Ascoltando i comunicati diramati dall’assemblea sindacale, pare di stare ai margini di un regime anziché in una democrazia parlamentare plenaria. Per Landini e la sua vasta rete di alleati, infatti, ogni misura approvata dalla maggioranza di centrodestra eletta dai cittadini è un «attentato alla democrazia».
La riforma dell’Autonomia differenziata? Una «definitiva spaccatura del Paese». Il Premierato? L’«archiviazione della Repubblica parlamentare». La legge Nordio sulla Giustizia? La «cancellazione dell’indipendenza della magistratura». Insomma, secondo la Cgil, se il governo riforma e modernizza le istituzioni statali seguendo il programma con cui ha vinto le elezioni, sta commettendo un reato di lesa maestà costituzionale.
Ecco che allora la piazza del 17 ottobre diventa la solita minestra riscaldata in cui dentro si mette di tutto, purché serva a fare numeri e polemica. Si va dalla difesa a oltranza della Costituzione, che per il sindacato dev’essere un feticcio intoccabile soltanto quando al governo c’è il centrodestra, alle rivendicazioni pacifiste in salsa pauperista, con l’immancabile no alla «conversione in un’economia di guerra». E ancora: la richiesta di un fisco «realmente progressivo» (tradotto in italiano: nuove tasse e patrimoniali per chi produce ricchezza e offre lavoro), welfare pubblico indiscriminato e battaglie ecologiste radicali sulla «riconversione ambientale» dei sistemi produttivi, quelle stesse ricette ideologiche che in tutta Europa stanno mettendo in ginocchio le fabbriche e la manifattura.
L’unica cosa di cui non si lamenta Landini è il contributo pubblico da oltre 740 mila euro che il Dipartimento per l’Informazione e l’editoria della presidenza del Consiglio ha concesso alla casa editrice della Cgil, Futura Editrice srl, in perdita cronica da anni, per gli investimenti realizzati nel 2023 nel campo delle tecnologie innovative. Che strana torsione autoritaria quella di un Governo che sostiene i progetti culturali dell’opposizione! Il paradosso quindi è sempre lo stesso.
Mentre l’esecutivo lavora per trovare risorse concrete in vista della manovra, cercando di sostenere i redditi più bassi e difendere il potere d’acquisto delle famiglie, la Cgil preferisce la scorciatoia della piazza per imporre la propria agenda politica. I nodi reali della gente comune, dai salari all’inflazione, dal costo della vita alla stabilità del posto di lavoro, vengono come al solito strumentalizzati per alzare polveroni ideologici. Il copione è fin troppo chiaro: nessun confronto di merito sui tavoli istituzionali, ma attenzione totale a sobillare le piazze per bloccare la stagione delle riforme e barricarsi sulle posizioni del passato.
Con la chiamata al voto e alle piazze per ottobre, Landini conferma la vera natura del suo mandato: non più un sindacato che tutela pragmaticamente i lavoratori, ma la principale forza d’opposizione politica del Paese, pronta a fare da sponda e da carburante alla sinistra d’Aula.