L’ultimo spettacolo. Beppe Grillo lo regala, gesto inconsueto per lui, a Fedez e Davide Marra, la coppia di Pulp Podcast. «Abbiamo sostituito il rosario con il telefonino. Dio oggi è un algoritmo», ma cambia poco, «abbiamo sempre bisogno di credere in qualcosa che non vediamo; speriamo che stavolta ci porti alla fine della nostra specie».
Così parlò il fondatore del Movimento Cinque Stelle, mettendo la parola fine alla sua avventura in politica, perché «non ho il potere né le facoltà (intende mentali; ndr) per fondare un partito, posso dare solo qualche idea straordinaria». Non c’è la gente però: «Qualcuno tra i nuovi è anche bravo, ma nessuno c’entra niente con il Movimento che fu, ormai Cinque Stelle è un partito come gli altri».
POSTURA
Ancora più che nella nettezza di quel che dice, è nella postura e nei toni assunti che il comico genovese dà la certezza che non ci sarà ritorno. Parla degli affetti, del figlio Ciro, che è cresciuto e si è fatto una famiglia sotto la spada di Damocle del carcere e fa l’avvocato «per gridare la propria innocenza», della famiglia che gli fa dei test-imboscata per vedere se ha l’Alzheimer, delle chiacchierate con il vicino di casa Gino Paoli, di come ha iniziato con le canzoncine satiriche. C’era una volta un grillo... Ora è tutto passato, all’ex guru grillino resta la speranza senile dei «semi del Movimento che restano, anche se non vedo una rinascita dei valori originari». Buone notizie per Giuseppe Conte, la resa politica di Beppe è totale.
Resta al comico, che si dichiara «postumo di se stesso ed estromesso senza rimpianti» dalla sua creatura, un desiderio di rivalsa, che però ha il sapore del voler rimettere le cose a posto più che della vendetta. «Voglio levare il simbolo al reverendo Jones, lo faccio per lui, così ci mette la faccia», attacca l’ormai ex Elevato, paragonando il leader di M5S al predicatore americano che fondò una setta la cui avventura si concluse nel 1978 con un omicidio-suicidio di massa.
Non ha tutti i torti, il guru, nella sua crociata contro «l’uomo che sussurra ai cavilli» che lo ha sfrattato. Non fosse che, ad accontentarlo, ci ha già pensato in parte l’avvocato del popolo, concludendo Nova, il suo appuntamento elettorale del fine settimana, senza simboli del Movimento, a sottolineare che si propone come leader di uno schieramento, non di un partito.
«M5S oggi dovrebbe avere uno stemma con la faccia di Conte» di ce; quasi accontentato. Non ama i tatuaggi, Giuseppi, meglio la propria pelle; ed è forse la sola cosa che l’avvocato del popolo ha in comune con Beppe, che sfotte i tribali di Fedez e Marra. Questa gioventù disegnata...
Davanti a un microfono il comico genovese è a casa molto più di quando fa i suoi video o i suoi post deliranti. La professionalità e l’abitudine gli rimettono in moto il cervello, le cui rotelle però girano fin dove possono. «Il Movimento è paralizzato e non ha idee», diagnostica, ma poi ammette: «Se mi dovessi candidare non farei un programma, tanto non li legge nessuno, direi solo di votarmi sulla fiducia».
Quanto manca Gian Roberto Casaleggio. «Io e lui abbiamo immesso nella politica il sentimento», si inorgoglisce. Il sogno però ha iniziato a morire con la malattia del genio di Ivrea, l’unico a metterci anche le idee. Perché non è vero, come dice Beppe, che i due si sono incontrati.
Fu Gian Roberto a ingaggiarlo, perché gli serviva un leader per scardinare la politica. Lui non avrebbe mai consentito al socio di dire che «Mario Draghi, banchiere del diavolo, è un grillino», tantomeno che «con lui ci siamo trovati sull’ironia», perché va bene che il tempo passa per tutti, ma non è il caso di buttarsi così giù neppure quando ti fregano un partito e ti rendi conto che «con la politica ci ho rimesso soldi, salute e parte della famiglia». L’allusione è evidente: il processo a Ciro: complotto per fermarlo? ragione del suo sì a Draghi? Ormai è storia che interessa poco, questo è il dramma. Lui, Casaleggio, forse sarebbe anche riuscito a impedire la scalata di Conte.
VIALE DEL TRAMONTO
Al comico sul viale del tramonto restano le battute la veleno. Marco Travaglio? «Una persona che ha un’idea della realtà che deve combattere con la propria opinione». Sigfrido Ranucci? «Non giudico, ho poco interesse, ma le inchieste del suo Report venivano fatte per arrivare a un punto prestabilito». Roberto Vannacci? «Più gli sputi addosso, più si appiccica, il nazionalismo è una malattia infantile»; è più una critica a chi lo critica, ma il generale fa partire la contraerea: «Sputami ancora...».
Sipario. Tranquillo Beppe, dopo questo show da bersi tutto d’un fiato, nessuno verrà più a disturbarti chiedendoti di fare un partito o scambiandoti per un politico. Resuscitasse Casaleggio, si rivolgerebbe a qualcuno più vivo dite.