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SICUREZZA IN OSPEDALE

"Sei infezioni chirurgiche su 10
si scoprono dopo la dismissione"

Intervista con il professor Nicola Petrosillo (nella foto), direttore del Dipartimento Clinico e di Ricerca in Malattie Infettive dell'Istituto 'L. Spallanzani' di Roma, sulle linee guida per la prevenzione delle Ssi

23 Gennaio 2019

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Professor Nicola Petrosillo

Professor Nicola Petrosillo

Cosa si intende per infezioni del sito chirurgico (Ssi)? Come si manifesta l’infezione ed entro quanto tempo dall’intervento?

Per infezione del sito chirurgico si intende un’infezione post-operatoria che coinvolge il sito dell’intervento chirurgico. Tali infezioni si distinguono in superficiali con coinvolgimento esclusivo della sede dell’incisione cutanea, profonde con coinvolgimento della fascia dei muscoli e coinvolgenti organi o spazi profondi nel sito di intervento chirurgico. Secondo recenti studi internazionali dell’Oms queste infezioni possono insorgere sia durante che dopo il ricovero; una quota rilevante, circa il 60 per cento di queste, si manifesta dopo la dimissione, anche in relazione alla riduzione della lunghezza delle degenze post-operatorie. Le infezioni del sito chirurgico possono verificarsi entro 30 giorni dall’intervento o entro un anno nel caso in cui vengano impiantati dispositivi medici, ad esempio valvole cardiache o protesi articolari. Le Ssi sono infezioni associate alle procedure assistenziali, quelle che un tempo erano chiamate infezioni ospedaliere; ciò significa che vengono contratte a seguito di una procedura praticata in una struttura sanitaria. La maggior parte delle Ssi viene acquisita in sala operatoria e derivano soprattutto da fonti esogene al paziente (contaminazione di strumenti, guanti, droplet emessi da operatori, etc.). Le Ssipossono essere anche di natura endogena, quando i microorganismi che la causano sono presenti sulla cute o sulle mucose (ad esempio pazienti portatori nasali di Stafilococco) dei pazienti stessi.

Le infezioni del sito chirurgico rappresentano per frequenza la seconda infezione che può essere contratta in ospedale. Qual è la dimensione di questo 'problema' in Italia? Come siamo posizionati rispetto al resto dell'Europa?

Le Ssi sono il secondo tipo di infezione più frequente contratta in ambito ospedaliero. Le più diffuse sono le infezioni delle vie respiratorie, seguite da quelle del sito chirurgico e dalle infezioni delle vie urinarie; seguono poi le batteriemie e le infezioni dell’apparato gastro intestinale. In Italia il livello di Ssi è sostanzialmente allineato a quello dei Paesi del Sud Europa. Circa l’8 per cento dei pazienti ospedalizzati contrae un’infezione associata alle procedure assistenziali, e di queste il 20-22 per cento sono infezioni del sito chirurgico.

Esistono dei fattori che influenzano maggiormente lo sviluppo di Ssi? Perché è così importante l’antisepsi della cute per la loro prevenzione?

Sono diversi i fattori che influenzano lo sviluppo delle infezioni del sito chirurgico. Alcuni strettamente legati al paziente come l’età avanzata, la presenza di comorbidità quali il diabete, l’abitudine al fumo, e altre ancora; altri direttamente legati al tipo di intervento e alle procedure da effettuare prima, durante e post intervento. Per fare qualche esempio, prima di un intervento uno dei fattori di rischio più importanti è rappresentato dall’esecuzione non corretta della tricotomia, cioè l'allontanamento e rimozione di peli e capelli dal sito chirurgico, una procedura che, se non correttamente eseguita, può provocare microtraumi cutanei e abrasioni favorendo la proliferazione batterica del sito chirurgico. Questa pratica, laddove necessaria, andrebbe eseguita solo con clipper elettrici: microforbici che tagliano il pelo e non lo radono, senza toccare la cute. Un altro fattore è rappresentato dall’antisepsi del sito chirurgico che va eseguita con antisettici efficaci come la clorexidina su base alcolica, al fine di evitare che i microrganismi presenti sulla cute penetrino nell’incisione e provochino un’infezione. Infine, non meno importanti, anche la somministrazione di antibiotici orali pre-operatori, da effettuarsi entro 120 minuti dall’intervento per ridurre il rischio di Ssi; il mantenimento della normotermia e un adeguato controllo glicemico del paziente in tutto il periodo peri-operatorio.

Esistono delle linee guida internazionali sulla prevenzione delle Ssi: perché è necessario un altro documento sul tema?

Questo documento nasce dal fatto che,molte delle raccomandazioni in esso contenute e già riportate in recenti e autorevoli Linee Guida dell’Oms del 2016 nel campo delle infezioni post-chirurgiche, talora non vengono correttamente seguite nella pratica ospedaliera italiana e che pertanto richiedono un’applicazione più sistematica, regolamentata e standardizzata. Al fine di contenere il rischio infettivo e migliorare la sicurezza in sala operatoria, questo documento vuole proporre un bundle applicabile su tutto il territorio nazionale, con possibilità di adattamento alle realtà locali, vale a dire un’attuazione integrata di tutta una serie di interventi, comportamenti e pratiche eseguiti congiuntamente e in maniera adeguata, per ridurre il rischio di contaminazioni batteriche e migliorare le difese del paziente. Ecco perché si devono ridefinire i processi di lavoro, gestire accuratamente le informazioni e l’urgenza con cui i processi devono essere eseguiti, favorire la formazione e la cooperazione di tutti i professionisti sanitari in un team multidisciplinare, assicurare opportune infrastrutture e attrezzature altamente tecnologiche. In quest’ottica il documento ribadisce la necessita di adottare una check-list operativa per assicurare la standardizzazione dei processi di lavoro e controlli sistematici in tutti i processi chiave. In molte strutture ospedaliere italiane queste procedure sono già standardizzate e fanno ormai parte della pratica clinica, garantendo il controllo di tutte le procedure operative ed organizzative. L’obiettivo è ora quello di diffondere queste buone pratiche in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale e pensiamo che le raccomandazioni riportate in questo documento possano rappresentare proprio lo strumento per ottenere questo importante risultato.

Quanto è importante la collaborazione tra chirurghi ed infettivologi nella gestione delle infezioni chirurgiche?

La collaborazione tra il chirurgo e l’infettivologo è sicuramente fondamentale ma altre figure vanno coinvolte nel processo di miglioramento. Si tratta, come già detto, di un lavoro di squadra nel quale devono essere coinvolti anche altri operatori sanitari come il microbiologo, il farmacista e l’infermiere (sia di sala operatoria che di reparto), vale a dire tutti quei professionisti che quotidianamente e per motivi diversi entrano in contatto diretto con il paziente sia nella prevenzione e nell’identificazione della patologia che nel suo trattamento. (FABRIZIA MASELLI)

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