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Mosunetuzumab, l'anticorpo bi-specifico che riaccende le speranze per il linfoma non Hodgkin a cellule B

Stephen J. Schuster

Presentati all'ASH i risultati di uno studio su pazienti con linfoma a grandi cellule B recidivato/refrattario, per i quali finora non si disponeva di ulteriori possibilità di terapia. Ma mosunetuzumab riapre i giochi

Maria Rita Montebelli
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I pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL) che sono andati in progressione dopo terapia hanno una prognosi non favorevole (l'aspettativa di vita è infatti di circa 6,3 mesi, stando ai risultati dello studio SCHOLAR-1). Il trattamento con le cellule CAR-T (Chimeric Antigen Receptor-T cell) dà risultati molto interessanti nei pazienti con DLBCL recidivato/refrattario; purtroppo però almeno metà di loro è destinato a fare una recidiva della malattia e a quel punto le opzioni terapeutiche sono sostanzialmente esaurite. Ma per questi pazienti con linfoma recidivato e difficile da trattare adesso si profila una nuova possibilità di trattamento, come suggeriscono i risultati di uno studio presentato al congresso dell'American Society of Hematology (ASH), condotto su 270 pazienti con linfoma non Hodgkin (LNH) a cellule B recidivato/refrattario. E' il mosunetuzumab, a riaccendere le speranze per questi pazienti ‘difficili', anche quando tutte le terapie precedenti, comprese le grandi CAR-T, hanno fallito. Si tratta un anticorpo monoclonale bispecifico, che da una parte si lega alla proteina CD-20 esposta sulle cellule B tumorali e dall'altra alla proteina CD3, presente sui linfociti T (le cellule dell'immunità) normali del paziente. In questo modo il farmaco ‘avvicina' le sentinelle del sistema immunitario al loro obiettivo, la cellula tumorale, che viene distrutta. Lo studio presentato all'ASH, definito dalla sigla GO29781, è di fase I/Ib ed è stato condotto ‘in aperto'.  Hanno risposto alla terapia 46 dei 124 pazienti (il 37,1 per cento) con NHL ‘aggressivo' e 42 dei 67 pazienti (il 62,7 per cento) con linfomi ‘indolenti' trattati. Tra i pazienti già sottoposti alla terapia con CAR-T, sette su 18 hanno risposto a questo anticorpo bifunzionale. Effetti indesiderati come la sindrome da rilascio delle citochine (CRS) e la neurotossicità si sono verificati rispettivamente nel 28,9 e nel 43,7 per cento dei pazienti, ma in forma lieve. “La terapia con mosunetuzumab – ha spiegato il professor Stephen J. Schuster, University of Pennsylvania Abramson Cancer Center, Philadelphia (Usa), che ha presentato i risultati dello studio in un'affollata sessione plenaria del congresso dell'ASH – viene fatta finché il paziente non  va in remissione, poi si sospende. E tre pazienti su 4 di quelli che vanno in remissione completa, rimangono in remissione. I pazienti recidivati sono stati trattati di nuovo con mosunetuzumab e tre su quattro hanno di nuovo risposto alla terapia. Si tratta di un risultato molto importante perché finora non è stato possibile effettuare un secondo trattamento con le CAR-T”. Importante la percentuale di risposta completa che si è nel 43,3 per cento nei LNH indolenti e 19,4 per cento in quelli aggressivi. La risposta completa è risultata inoltre durevole: l'82,2 per cento dei pazienti con LNH indolente è rimasto in remissione di malattia fino a 26 mesi dal trattamento iniziale e il 70,8 per cento di quelli con LNH aggressivo ha mantenuto la remissione fino a 16 mesi. E' insomma un momento decisamente entusiasmante per i linfomi a cellule B;  osservando i risultati di  tutti gli studi presentati all'ASH 2019, si può davvero cominciare a sperare che nel prossimo futuro la maggior parte di questi pazienti potranno contare su remissioni a lungo termine. E forse su una guarigione definitiva. (MARIA RITA MONTEBELLI)

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