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Francesca Russo, la dottoressa siciliana che ha salvato il Veneto: coronavirus, piano pronto già il 31 gennaio

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Non appare ogni sera in tv, non esterna sui social, non partecipa al consueto derby tra i fanatici delle chiusure a oltranza e gli aperturisti del «tanto è poco più di un' influenza». Eppure Francesca Russo ha salvato il Veneto e se tale affermazione vi sembra esagerata basta osservare l' andamento del contagio nella regione che ha avuto il primo morto per Coronavirus in Italia: ieri si registravano solo 48 pazienti in terapia intensiva, 4.196 quelli in isolamento domiciliare (-63 rispetto a venerdì), 618 ricoverati in meno. Tredici morti in un giorno e 1.781 in totale, ma sono in crescita anche i dimessi, 3.161 (+19). Poi c' è il numero straordinario di tamponi effettuati: 497.045 quelli realizzati finora, 11,139 in più se confrontati con l' ultimo bollettino. È vero, l' emergenza non è finita, ma i numeri dicono che dalle parti della Serenissima il virus ha perso potenza e non si piangono tante vittime come in Lombardia, non ci sono inchiesteper i decessi nelle residenze per anziani. La vicenda, partita quasi a tempo nelle due regioni, ha avuto uno svolgimento decisamente diverso e se oggi si decanta il modello Veneto non è soltanto per una questione di geografia o di dimensioni del territorio.

 

Già il 17 aprile il governatore Luca Zaia era "avanti" rispetto ai colleghi: «Per noi il lockdown non esiste più», ha annunciato. In anticipo sulla Fase 2, sul distanziamento, sul ritorno alla normalità. Un veggente? No, semplicemente un amministratore di razza che senza andare tanto lontano o assoldare task force con consulenti super pagati, ha ascoltato i consigli della "sua" dottoressa, Francesca Russo, capo dipartimento della prevenzione in Veneto.

Una sua dipendente, non una esterna. Una signora siciliana che ha fatto breccia (metaforicamente) nel cuore del leghista più quotato del momento perché anziché perdere tempo a polemizzare con i protocolli altrui, prima degli altri ha predisposto il piano anti-Covid.

Era il 31 gennaio e nessuno del governo aveva immaginato l' effetto tsunami che la pandemia avrebbe scatenato nel nostro Paese. Nessuno aveva pensato davvero a cosa fare quando il virus si sarebbe manifestato con violenza, mentre la Russo, cui spetta la tutela della collettività dai rischi sanitari, si è applicata immediatamente con il proprio team: al lavoro per predisporre tamponi, isolamento fiduciario e cercare il paziente 0.

CRISANTI IN SQUADRA
Certo, nella squadra vincente di Zaia è compreso il professor Andrea Crisanti, il super virologo che ha avuto un ruolo importante nella gestione dell' emergenza Covid, ma lui è arrivato dopo. «La madre di questo piano è la dottoressa Francesca Russo», non smette di rimarcare il presidente. Per cui se da domani c' è il via libera a tante attività, se torneranno su le saracinesche dei negozi e se basta un metro di distanza per sentirsi sicuri contro i 4 che volevano imporre da Roma, è anche merito di questa mamma igienista infettivologa dal curriculum lungo così e dalle poche parole.

Nata a Maletto, in provincia di Catania, dopo la laurea nella sua città e la specializzazione in Igiene e medicina preventiva, ha cominciato quasi subito a lavorare al nord. Dal 1997 al 2008 è dirigente medico presso la l' Azienda Ulss4 Alto Vicentino, dove ha ricoperto anche il ruolo di dirigente di servizio della sanità pubblica e screening. Dal 2016 è direttore della Prevenzione, sicurezza alimentare, veterinaria della regione Veneto. In rete la si trova in un video di qualche anno fa mentre spiega perché è giusto vaccinare i bambini fin dalla tenera età e più di recente, in piena epidemia da Coronavirus, in camice bianco e voce rassicurante prova a rispondere alle domande degli anziani costretti all' isolamento a casa («anch' io ho spiegato ai miei genitori che non devono preoccuparsi»).

 

IL FOCOLAIO DI VÒ
Quando scoppia il focolaio a Vò Euganeo, il 21 febbraio, è lei a consigliare al governatore Zaia le mosse giuste. Tanto più che da quel paesino del Padovano si registra la prima vittima italiana del virus venuto dalla Cina: Adriano Trevisan, un settantenne che non aveva mai avuto contatti con persone cinesi e andava al bar con gli amici. Quindi si parte: tamponi a tappeto, chiusura del nosocomio di Schiavonia che risultava infettato, ospedali da campo per i malati e attenzione agli asintomatici. Zaia si fida, mette in pratica ogni suggerimento della "sua squadra" senza alcun timore di andare contro le disposizioni del governo e, in certi casi, perfino rischiando una denuncia per danno erariale. Ma almeno così contiene i danni e attua quell' autonomia che tanti invocano e finora solo lui è riuscito a imporre. Il caso vuole che in tutto questo c' entri una siciliana. Una dottoressa che, in silenzio e con le proprie competenze, a suo modo ha salvato il Veneto.

 

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