Venerdì 13. Che più che catastrofismo spinto fa venire in mente un (famoso) film horror del 1980: ma tant’è, c’è chi pensava, e pure scientificamente, che la prossima settimana sarebbe arrivata la fine del mondo. Complottisti alla bisogna, scettici dell’esistenza, teorizzatori di teorie (fin troppo) alternative, non leggete quanto segue. Anche perché quel che stiamo per raccontare non ha (apparentemente) niente a che vedere con bizzarre cospirazioni dell’esistenza o strampalate contro-ricostruzioni della vulgata maggioritaria: al contrario, è nato come studio di ricerca, serio, serissimo, con solide basi fisiche e filosofiche. Solo che si sono dimostrate un colossale abbaglio.
No, tra nove giorni non ci sarà l’apocalisse e no, non siamo destinati all’estinzione come aveva predetto, 66 anni fa, il fisico austriaco Heinz von Foerster, che tra l’altro è anche considerato un pioniere della cibernetica e persino (a modo suo) dell’intelligenza artificiale: per cui, che fosse proprio scollegato dal mondo che studiava, è difficile affermarlo. Secondo von Foerster, e anche secondo alcuni colleghi che con lui hanno firmato, nel 1960, uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science (hai detto niente), la Terra sarebbe finita (appunto) venerdì 13 novembre 2026.
Una profezia che è tornata a circolare (come curiosità) in questi dì, non foss’altro perché il calendario incombe: è esattamente il 4 novembre di quell’anno che ha inaugurato l’aeroporto romano di Fiumicino e ha visto il più grave terremoto mai registrato nella storia moderna (in Cile), quando l’articolo “Doomsday: Friday, 13 November, A.D. 2026” scuote la comunità scientifica occidentale.
Ma come? Di scie chimiche non si parla ancora, i negazionisti dell’allunaggio non hanno ancora nulla da negare, persino i terrapiattisti sono sotto tono e gli ideologi del millennium bug (mille-e-non-più-mille) sono troppo in anticipo: eppure tre tre ricercatori del dipartimento di Ingegneria elettrica dell’università dell’Illinois, Patricia Mora, Lawrence Amiot e il nostro von Foerster, si dicono convinti che l’umanità abbia davanti a se al massimo sei de cenni.
Il loro ragionamento è più o meno questo: prendendo una ventina di stime della popolazione mondiale degli ultimi duemila anni, si accorgono che la nostra presenza su questo pianeta non cresce in modo esponenziale, ma più in fretta ancora, perché più siamo e più collaboriamo, inventiamo, curiamo, soprattutto sopravviviamo. La chiamano una curva «iperbolica». Ma le iperboli, per chi mastica matematica, hanno un difetto: a un certo punto schizzano all’infinito. Conti alla mano, secondo gli scienziati, quel punto cadrà nel 2026, con un margine di cinque anni e mezzo, ma con un salto di probabilità più alto per il 13 novembre (guarda caso il giorno del compleanno di von Foerster: tanti auguri).
Non che la loro sia una scena da fantascienza o da film dispotico, niente esplosione cosmica o invasione aliena: semplicemente teorizzano un surplus di esseri umani. Scrivono, letteralmente, nel loro rapporto che «i nostri pronipoti non moriranno di fame, moriranno schiacciati». D’accordo, non scatta la psicosi generale come con Orson Wells vent’anni prima e la sua Guerra dei mondi, e i colleghi di von Foerster si dividono tra scettici e titubanti: però, alla fine, ci è andata bene.
Nel senso che è andata all’apposto e i catastrofisti del 1960 sono stati smentiti dai fatti (per fortuna). Allora, infatti, eravamo circa tre miliardi; oggi siamo poco più di otto e, secondo le ultime proiezioni delle Nazioni Unite, toccheremo il picco intorno ai 10,3 miliardi a metà degli anni Ottanta a venire, ma quella curva sarà poi destinata a calare (senza contare che in qualche area, per esempio qui da noi, se c’è un problema è quello opposto, ossia il fenomeno della denatalità). Pace, anche se resta il fatto che le profezie che non si avverano sono anche quelle che non muoiono mai (e la prova provata sta proprio nello studio di von Foerster che, seppur sotto una luce diversa, seppur senza allarmismo o almeno si spera, è arrivato fino a noi e fa ancora discutere). Ciò su cui possiamo star tranquilli è che venerdì prossimo il mondo non finirà. Al massimo finirà la settimana lavorativa, ma quello non è un guaio.




