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Olio, scatta la stretta anti-frodi sull'extravergine: "Basta zone d'ombra"

di Attilio Barbierilunedì 2 marzo 2026
Olio, scatta la stretta anti-frodi sull'extravergine: "Basta zone d'ombra"

4' di lettura

La produzione di olio extravergine d’oliva 100% Italia si è fermata nella campagna 2025 a 300mila tonnellate, un quantitativo decisamente insufficiente a soddisfare il consumo interno che raggiunge le 440mila tonnellate. Ne mancano all’appello esattamente 140mila, oltre il 30%. Eppure il prezzo dell’oro verde frutto dell’uliveto Italia cala invece di crescere. Un mistero tutto italiano, anche calcolando che una parte del mercato interno venga coperto dall’olio importato. C’è il sospetto che una parte della materia prima in arrivo da Spagna, Grecia, Turchia, Marocco, Tunisia, Algeria ed Egitto acquisisca il passaporto italiano. Sospetto corroborato dai sequestri per decine di migliaia di tonnellate effettuati nell’ultimo decennio. Ma da oggi i falsificatori hanno vita grama. Il primo marzo entra in funzione infatti il primo registro telematico dedicato proprio a tenere traccia dell’olio d’oliva che entra nel nostro Paese per poi essere riesportato. Quel che nel gergo del settore si definisce Traffico di perfezionamento attivo (Tpa in sigla) e che identifica proprio il prodotto importato, lavorato, imbottigliato e riesportato.

Da oggi ogni partita che superi la dogana dev’essere inserita nel Registro telematico sia in entrata sia in uscita. Il registro è gestito direttamente dall’Ispettorato centrale repressione frodi (Icqrf) del Ministero dell’Agricoltura e ha l’obbiettivo di tracciare proprio le cosiddette «operazioni di equivalenza», su ogni singola partita importata e riesportata. «Con gli arrivi in Italia di olio d’oliva straniero che sono aumentati in quantità del 57% nel 2025», afferma Coldiretti, «con il rischio di favorire inganni in etichetta e vere e proprie truffe, sono importanti le nuove misure disposte dall’Icqrf sulla tracciabilità dei prodotti importati in regime di perfezionamento attivo.

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Come più volte denunciato da Coldiretti e Unaprol, la norma sul traffico di perfezionamento attivo in questi anni ha favorito l’importazione di olio straniero a dazio zero per essere lavorato ma senza dare precise garanzie sulla sua destinazione finale. Ciò ha fatto crollare i prezzi di quello italiano. Basti ricordare che l’olio tunisino arriva in Italia a circa 3,5 euro al litro, senza peraltro essere neppure sottoposto a controlli puntuali, come recentemente denunciato dalla Corte dei Conti Ue.

«Esprimiamo il nostro pieno apprezzamento per l’intervento dell’Icqrf, che recepisce le istanze che Unaprol porta avanti da tempo sui tavoli istituzionali», afferma il presidente di Unaprol e vicepresidente di Coldiretti, David Granieri, «abbiamo sempre sostenuto che la digitalizzazione dei registri deve essere un’arma di precisione contro le ambiguità. Non possiamo permettere che i flussi di olio extra-Ue, importati per essere lavorati e riesportati, possano correre il rischio di confondersi, anche solo tecnicamente, con il nostro pregiato olio nazionale».

Fra l’altro le nuove direttive ministeriali impongono l’uso di diciture specifiche nelle operazioni del registro telematico per ogni operazione riguardante oli in regime di Traffico di perfezionamento attivo e prevedono sanzioni pesanti in caso di inadempienza. «La trasparenza non è un costo, ma un valore a tutela dei produttori onesti e dei consumatori», aggiunge Granieri, «questa misura mette fine a una zona grigia nel sistema di tracciabilità. Sapere esattamente dove si trova e come si muove l’olio importato in regime doganale è fondamentale per evitare fenomeni di concorrenza sleale che deprimono il valore del made in Italy. È un atto di chiarezza che avevamo sollecitato con forza: chi opera nel rispetto delle regole non ha nulla da temere da un surplus di informazioni, chi invece specula sulle pieghe del sistema troverà oggi maglie molto più strette».

Il tema delle materie prime importate nel nostro Paese e riesportate con il marchio del confezionatore italiano è gigantesco e riguarda anche altri comparti di eccellenza del made in Italy a tavola. A cominciare dai derivati del pomodoro e dalla pasta di semola. Sempre nel 2025, ad esempio, è letteralmente esplosa l’importazione dalla Bulgaria di triplo concentrato di pomodoro che nel corso dei dodici mesi ha raggiunto le 3mila tonnellate. All’inizio dello scorso mese di dicembre, Guardia di Finanza, Repressione frodi e Agenzia delle Dogane, nel porto di Brindisi, hanno sequestrato un carico di oltre 42 tonnellate di derivati del pomodoro per falsa indicazione di origine italiana.

Il prodotto, destinato a due industrie italiane, viaggiava con una documentazione di trasporto che indicava l’origine bulgara, ma i fusti erano etichettati come made in Italy. Fra l’altro la Bulgaria ha ridotto la propria produzione di concentrato ma è finita da tempo sotto la lente per il sospetto di triangolazioni realizzate con produttori cinesi. Un altro settore dove le importazioni di materia prima extra Ue affossano le quotazioni della nostra è quello della pasta di semola. Senza contare che al di fuori dell’Italia non c’è l’obbligo di indicare il Paese d’origine del grano utilizzato per fare spaghetti, fusilli, penne e tortiglioni. Dunque è facile cambiargli il passaporto.

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