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“Io, meno male che c’e’ la salute”

Una raccolta di esperienze di chi abbia vissuto il mondo della sanità e che riproponga ogni cosa in ottica ironica e scanzonata
di Maria Rita Montebelli domenica 22 dicembre 2013

2' di lettura

“Dottorini”, lo siamo stati tutti.  Appena laureati, pieni di speranze, il camice lindo e pulito. Abbiamo fatto la gavetta, ma oggi la ricordiamo sorridendo. Ed è infatti a  questa figura – oseremo dire “mitica”-  che s’ispira il libro “Io, meno male che c’è la salute”, scritto da Gian Ugo Berti e Susanna Berti Franceschi (Editore Felici – Pisa). Una raccolta d’ esperienze di chi abbia vissuto il mondo della sanità e che riproponga ogni cosa, in ottica ironica e scanzonata, sempre tenendo fede a quel sacro Giuramento, nel pieno rispetto del dolore e della sofferenza. Un libro che si legge rapidamente, la prima volta sorridendo – come a dire sono fantasie, a me non capiterà mai come paziente- la seconda volta riflettendo e la terza infine, sempre allo stesso prezzo, facendo i debiti scongiuri. Della serie, “Io, meno male che c’è la salute”. Così, in chiave di cronaca storica, da questa leggenda che è il dottorino - perché in certe famiglie l’ansia è tale che “dottori si nasce”- si procede speditamente ad illustrare  varie tipologie di medici come il primario politico che, pur sbuffando, vende ai semafori L’Unità, quindi un  capitolo descrive dalla parte di familiari e malati la suora, la monaca  personaggio emblematico purtroppo in estinzione, considerata da tutti figura posta fra Dio ed il primario, quindi si descrive in particolari originali e forse inediti il docente universitario, del tipo “tanta fame e niente sesso”, si continua con la caratterialità umana e clinica dell’Aiuto depressivo/nevrotico, le mire arrivistiche della Tirocinante romantica, per concludere  in un linguaggio esilarante con il primario allucinato e quello mistico. Una carrellata dunque a tutto campo, che ciascuno può comunque immaginare ed identificare secondo il proprio vissuto, in tanti personaggi con cui ha lavorato. In pratica, tante cellule staminali, ancora totipotenti, cui ogni lettore dopo attenta disamina può attribuire un nome, un volto, un cartellino. (S. S.)

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