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Sanremo 2026, la colpa di Mogol? Non si è mai allineato alle mode della sinistra

I compagni criticano l'autore di tante canzoni di Lucio Battisti. Ma lui meriterebbe di essere senatore a vita per come ha emozionato gli italiani
di Annalisa Terranovasabato 28 febbraio 2026
Sanremo 2026, la colpa di Mogol? Non si è mai allineato alle mode della sinistra

4' di lettura

Mamma mia quanto sono noiosi. Quanto somigliano tristemente a quei ragazzini furibondi col mondo intorno a loro che additano alla maestra il compagno discolo o secchione, che fanno la spia per mettersi in mostra, che battono i piedi capricciosamente per scacciare dagli occhi ciò che a loro non piace. Certa sinistra è così: noiosa, stizzosa, sempre pronta a puntare il ditino accusatore.
Sempre scattante quando si tratta di lapidare chi non sta dalla loro parte.

Ieri è toccato a Giulio Rapetti, in arte Mogol, un protagonista assoluto del nostro immaginario, un signore che meriterebbe di essere nominato senatore a vita per il modo in cui ha raccontato le emozioni degli italiani, per averli allietati, fatti piangere, ridere, sognare, riflettere. E che ha mai fatto di male? È stato accompagnato con un elicottero dei vigili del fuoco da Sanremo (dove ha ricevuto un premio alla carriera) a Roma per partecipare al teatro Argentina alla prima festa commemorativa dell’istituzione del Corpo, presente il ministro Piantedosi. Che ha ringraziato l’artista novantenne e ha bollato le urla scomposte di Pd, M5S e Avs contro l’uso dell’elicottero per Mogol come «polemiche strumentali».

Il noto paroliere della musica italiana ha omaggiato la platea con un brano inedito composto appositamente per le donne e gli uomini del Corpo nazionale, eseguito da Gianmarco Carroccia e dalla Banda Musicale dei vigili del fuoco. Alle parole di Piantedosi sono seguite ulteriori recriminazioni. Si è mosso il Codacons, e anche i sindacati. I postgrillini in pieno recupero dello spirito anticasta di un tempo ci hanno tenuto a precisare che loro ce l’hanno col ministro mica con Mogol. «Era davvero necessario – affermano - impegnare un mezzo di elisoccorso, sottraendolo per ore a un intero territorio, quando un normale volo di linea, come scrive il Fatto, risultava disponibile? Gli elicotteri dei Vigili del Fuoco non sono taxi di Stato. Sono strumenti di emergenza al servizio dei cittadini. Quindi devono esserci state esigenze precise nel rispetto di tutti i protocolli del caso, o almeno questo è quello che auspichiamo. Presenteremo un’interrogazione parlamentare per fare piena luce».

Intanto hanno fatto i guastafeste, cogliendo l’occasione per scagliarsi con virulenza contro il governo, contro i vigili del fuoco, contro Mogol. Non ne azzeccano una, nel loro giacobinismo antigovernativo. E anche se non ammettono che parte della loro rancorosa vigilanza è diretta contro quello che è stato il paroliere di Lucio Battisti, è evidente che il sottotesto della polemica sta proprio in quel non voler accettare l’omaggio a un uomo che rappresenta l’antitesi della loro cultura materialista. E che incarna anche una concezione della musica e dello spettacolo che la sinistra non tollera perché “disimpegnata”: se non fai canzoni su Gaza in pratica sei solo uno che cerca nel pubblico la lacrima facile.

Non va bene Cristicchi che canta la madre malata di Alzheimer, non va bene Pausini che non canta Bella ciao e figuriamoci se può andar bene per loro uno che un anno fa ha detto di stimare Giorgia Meloni perché si è conquistata la simpatia internazionale. Figuriamoci se può andar loro bene un Mogol che critica la ricerca dello share a Sanremo perché due uomini si baciano tra loro o un cantante “fa pipì sul palco”.

Uno che ha scritto per Lucio Battisti canzoni che la sinistra bollava come qualunquiste e che certo non risentivano del clima politicizzato dei Settanta come Luce dell’est (implicita critica al comunismo) e Il mio canto libero. Lo stesso Rapetti ricorda quel clima come una sorta di cappa asfissiante, un’atmosfera persecutoria che faceva paura: «Non scrivevamo per i comunisti, e questo era un problema – raccontò anni fa al Corriere – si respirava un’aria pesante anche nei concerti, per questo Lucio decise a un certo punto di non apparire in pubblico... Però i dischi di Lucio vennero trovati nel covo delle Br: è un fatto storico. I facili entusiasmi per le ideologie alla moda? Era una risposta al clima di allora. Uno come me rischiava... si sparava. Si arrivò a fare un processo pubblico a De Gregori, uno da pugno alzato, perché guadagnava facendo il cantante. Per evitare gli insulti consigliai a Lucio di non fare più concerti. La prese fin troppo alla lettera. Sparì. Non tornò a esibirsi nemmeno quando il clima cambiò».

Persino le braccia alzate della copertina dell’album Il mio canto libero vennero interpretate come allusioni ai saluti romani. Circostanze sempre negate dal duo Mogol-Battisti anche se la leggenda era ed è operante, crea e determina giudizi e pregiudizi e grava sulla storia musicale e del costume che sta alle nostre spalle. E certi riflessi condizionati evidentemente sono ancora operanti e vengono in superficie non appena si presenta l’occasione. A dimostrazione, se mai ve ne fosse ancora bisogno, della distanza siderale dell’area cosiddetta progressista dai sentimenti e dalle passioni della maggioranza degli italiani, per i quali Mogol merita solo applausi e non interrogazioni parlamentari.