A Sanremo sono solo canzonette? E quando mai. Guai anche solo a pensarlo. Specie se nel bel mezzo del festival della canzone italiana quei cattivoni di Usa e Israele lanciano un attacco militare al regime islamista di Teheran. I nostri menestrelli più impegnati fanno la fila in sala stampa per dire la loro, neanche Trump e Netanyahu potessero ascoltarli. L’occasione, però, è troppo ghiotta. Del resto sparare a salve contro l’occidente, notoriamente, porta punti non al Fantasanremo ma nel borsino del mondo di mezzo tra musica e politica. Per cui, come perdere l’opportunità? Poco importa che – purtroppo - dalle parti del Festival di Sanremo 2026 non vi sia traccia di eredi di Bob Dylan o Fabrizio De André. Qui e ora c’è l’erede designato di Ghali, il giovane rapper genovese Sayf che ci prova a buttarla quasi in versi e parla di “ennesimo capriccio americano” col sopracciglio alzato di chi la sa lunga più dei suoi stessi capelli.
Ma d’altra parte non è colpa nostra se il tribunale della Storia sanremese in questa fase generalmente un po’ sfigata, ci mette proprio i rasta dell’aspirante cantautore ligure davanti agli occhi e nelle orecchie le sue parole (in buona compagnia, va detto, della milizia anti-israeliana formata da Levante, Ermal Meta e pure i parvenu, novelli Ricchi e Poveri, ovvero Maria Antonietta e Colombre.
Il copione è quello già visto: appelli alla pace, richiami alla “terza guerra mondiale”, accuse ai “paesi sceriffi”.
Carlo Conti ieri in apertura di serata ha condiviso a nome del Festival l’appello dell’Unicef per i 500 milioni di bambini coinvolti nei 56 conflitti in tutto il mondo. Sul palco con lui le coconduttrici Laura Pausini e Giorgia Cardinaletti. «Oggi arrivano notizie terribili dal mondo, noi siamo qui a fare una festa della musica in un Paese libero e democratico. Non dimentichiamo le parole di Papa Francesco che ha detto che la terza guerra mondiale è diffusa ormai» aveva detto in conferenza stampa. Posizione baricentrica, come sempre, dal direttore artistico “cristiano e democratico”, che cerca di smussare ogni angolo possibile. Spigoli che però ci sono eccome. A partire dal cantautore (uno dei pochi) con un testo impegnato anche in gara, Ermal Meta che si dice «molto turbato» e usa parole forti per descrivere «ciò che sta accadendo in quella parte del mondo».
L’artista di origini albanesi parla di «qualcosa di estremamente torbido e estremamente preoccupante». E fin qui, nulla da obiettare. Poi però aggiunge mettendo di fatto sullo stesso piano «quello che il regime iraniano fa al suo popolo» ma anche «quello che fa uno Stato ad un altro». Tutti colpevoli, insomma, e tutti sullo stesso piano. Come se la teocrazia degli ayatollah e democrazie occidentali come Usa e Israele si possano considerare facce della stessa medaglia. Meta rincara poi paventando il rischio di «escalation, un conflitto in vasta scala», con «proporzioni incalcolabili». Paura legittima. Ma l’impressione è che l’indignazione si distribuisca con il contagocce. Quindi Sayf va oltre: «Spero sia il solito capriccio Usa e che non si vada oltre». Lui il colpevole ce l’ha già. Ed è ovviamente il dannato yankee americano. Nel girone degli indignati e dei preoccupati troviamo anche Levante che graffia. «Mi dà molto fastidio il fatto che dei paesi si possano ergere a sceriffi del mondo. Lo trovo spaventoso».
Gli sceriffi, ovviamente, sono gli americani e gli israeliani. Sugli ayatollah che hanno massacrato 30mila connazionali nulla quaestio. Poi arrivano Colombre e Maria Antonietta. Il primo parla di «bassezze infime e devastanti» legate ai «grandi interessi». La consorte sentenzia: «Il mondo fa leva sull’ingiustizia», e senza giustizia «non può esistere né pace né felicità». Frasi nobili, certo. Ma generiche quanto basta per evitare di dire chi opprime e chi è oppresso. Chissà se qualcuno di loro – siamo certi di sì – si sia preoccupato di rassicurare la loro collega BigMama, già partecipante al Festival di Sanremo negli ultimi anni e conduttrice del Concertone Cgil del 1 Maggio a Roma, che ora non è a Sanremo ma tra gli italiani bloccati a Dubai, paese finito nel mirino della rappresaglia iraniana. «Sono partita dall’aeroporto di Malè, racconta la cantante - il mio volo è stato dirottato nel deserto, nei pressi di Dubai. Siamo stati poi portati in un hotel. Continuiamo a sentire i missili sulla testa, sono terrorizzata».




