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Gianluca Melegati, parla il medico sportivo: "Coronavirus? È più sicuro giocare a calcio che stare a casa coi familiari"

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Francesco Perugini
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«Ripartire non è un dovere, ma si intravedono le condizioni per farlo». Parola di Gianluca Melegati, medico dello sport responsabile per dieci anni dello staff dell' Italrugby e con due esperienze alla guida dei sanitari del Milan (2010/11 e 2017/18).

Dottor Melegati, quali sono i rischi della ripresa per i calciatori?
«Su 500 giocatori, e 1.500 tesserati in totale, abbiamo avuto 13-15 positivi, un numero non grande. I calciatori di alto livello sono tra le persone più controllate: hanno a disposizione staff e competenze superiori ad altri lavoratori. E sono giovani, senza fattori di rischio».
 

Lo sforzo fisico, però, abbassa le difese immunitarie.
«In parte. Nel senso che ormai la durata degli allenamenti è calcolata, sono garantite le ore di riposo e c' è attenzione a prevenzione e alimentazione. Non ci sono rischi di iperaffaticamento».

C' è chi dice che il calcio non sia poi così importante...
«Personalmente, ritengo che i morti vadano sempre onorati col silenzio. C' è l' aspetto economico, ma anche il risvolto affettivo per il pubblico. Pensiamo solo alla gioia che potrebbe portare l' Atalanta ai bergamaschi».

Basterà il protocollo a proteggere la serie A?
«È un documento molto valido stilato con la collaborazione dei medici sportivi (Fmsi). Prevede una serie di esami e di situazioni da gestire in relativa sicurezza. Quella assoluta non c' è».

Quali sono i dubbi?
«Allenamenti individuali e confinamento in strutture chiuse permettono di gestire la fase degli allenamenti. Che cosa succede in caso di positività a campionato in corso? Si mettono in quarantena tutti i contatti, mettendo a rischio la stagione, o si sceglie la strada tedesca di isolare il singolo paziente?».
 

È su questo che si gioca la partita col governo...
«Il tempo comunque gioca a nostra favore: sono tra quelli che non escludono che la bella stagione possa attenuare il contagio, facendo scemare queste perplessità. Sono fiducioso sulla ripresa».

Intanto, i primi test per la ripresa hanno evidenziato positività inattese. Come se le spiega?
«A mio parere potrebbero non essere contagi recenti, ma soggetti mai guariti.
Questa infezione è subdola, se non sviluppa sintomi non stimola l' organismo di produrre anticorpi».

In qualche modo tornare ad allenarsi tutela i giocatori?
«Paradossalmente sì. Dopo tamponi e test sierologici, con il gruppo-squadra blindato, si ritroverebbero in una situazione ideale. E poi, quando si tratterà di tornare in campo, affronteranno avversari altrettanto tutelati e "puliti" dal virus. Per questo non vedo facilità di contagio durante le partite. È quello che sta intorno - pullman, aereo, albergo, tifosi - che può rappresentare un rischio. Ma gli staff medici sapranno fare buona guardia».

Il caso Dybala ha accresciuto le preoccupazioni: i calciatori ci mettono più tempo a negativizzarsi?
«È qualcosa che vediamo spesso, soprattutto nei giovani. Proprio perché sono nella maggior parte asintomatici e ci mettono più tempo a smaltire l' infezione. Le persone che hanno subito una carica virale maggiore invece guariscono "meglio", nel senso che sviluppano anticorpi. Che sono immunizzanti, come ha dimostrato una recente pubblicazione su Nature».

C' è il rischio di subire strascichi a lungo termine?
«È il tema che preoccupa di più noi medici sportivi. Alcuni studi mostrano effetti a livello cardiaco e polmonare.
Ecco perché tutti i soggetti infetti sono sottoposti a test (ecodoppler, test cardio-polmonare, Tac, risonanza cardiaca) che vanno a verificare l' eventualità - per fortuna remota - di una miocardite o di una fibrosi polmonare che può ridurre la capacità aerobica».

Al punto da renderli non idonei all' attività sportiva?
«Non lo sappiamo, nel senso che non ci risultano casi del genere tra gli atleti professionistici. Se dovesse succedere, c' è anche da dire che la vita riserva sempre sgradevoli eventi...».

Il Coni ha valutato la pericolosità delle diverse discipline. Ci sono sport più pericolosi di altri?
«Viene da pensare agli sport di contatto, ma in realtà dipende da moltissimi fattori. Su due piedi sembrano più rischiosi il rugby, la lotta, il basket e lo stesso calcio».

Lei ha lavorato a lungo con l' Italrugby. La palla ovale sta pensando a una versione senza contatti per tornare in campo. Potrebbe esserci un versione del calcio "snaturata"?
«Per carità, non voglio nemmeno pensarci da amante del rugby, del calcio e da medico».

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