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Serie A, solo le regioni di sinistra possono riaprire gli stadi: governo a senso unico, club in rivolta

Tommaso Lorenzini
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Aiutateci a capire. La questione della riapertura degli impianti sportivi, in particolar modo degli stadi di calcio, sta sempre più infilandosi in un polverone che è lo stesso governo a contribuire a mantenere vorticoso, permettendo e producendo eccezioni e trattamenti diversificati che disorientano: sia le società che dagli impianti dovrebbero trarre ricavi con i quali sostenersi; sia la gente comune, ossia i frequentatori di quelle strutture oramai divenute dei non-luoghi. Ieri il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, ha rilasciato come suo costume una dichiarazione via Facebook che ha generato fermento e, invece di chiarire, ha prodotto altri punti interrogativi.

 

«Finalmente già a partire dalle semifinali e dalle finali degli Internazionali di tennis potranno assistere mille spettatori a tutte le competizioni sportive che si terranno all'aperto e che rispetteranno scrupolosamente le regole previste in merito al distanziamento, mascherine e prenotazione dei posti a sedere». Quindi da domani cancelli aperti ai fortunati che avevano già avuto il biglietto per il torneo di tennis e riusciranno a farne richiesta via mail. Una decisione logica, quella di riaprire, che tuttavia arriva dopo giorni di pressioni e attacchi pesanti, su tutti quello del presidente della Federtennis Binaghi che aveva giudicato «un'idiozia» tener chiuse le porte del Foro Italico. Si parla di soldi, è vero, però senza false ipocrisie è inevitabile che, oltre al lato sportivo, in una manifestazione come gli Internazionali quello economico giochi un ruolo pesantissimo, soprattutto in questo 2020. L'apertura del ministro non può non coinvolgere anche il calcio, che nei mesi scorsi ha fatto pressing per cercare di far tornare il pubblico negli stadi proprio alla vigilia della partenza dei campionati, con un piano dettagliato proposto da Lega serie A e Figc fin qui rimasto nel limbo.

LA LEGA DI A NON CI STA 
E qui arriva il dunque. Dopo il Lazio a guida Pd, che si vede (giustamente) riaperti gli spalti del tennis romano con pubblico contingentato, la rossissima Regione Emilia Romagna del piddino Stefano Bonaccini ha subito concesso la deroga all'ordinanza già in vigore dall'8 agosto per concedere l'ingresso di mille persone alle partite di serie A di Parma e Sassuolo, rispettivamente contro Napoli (al Tardini) e Cagliari (al Mapei di Reggio Emilia), in programma domani, dopo che era stato dato il via libera pure all'afflusso di 13.146 persone al Gp di F1 dell'1 novembre a Imola. Perché dunque all'Emilia viene concesso e ad altre Regioni disponibili a far andare gente allo stadio no? Il Piemonte guidato da Alberto Cirio ha presentato l'istanza della Juventus di poter giocare a porte aperte e con mille persone in tribuna all'Allianz Stadium di Torino, eppure gli è stato negato. «È inopportuno», aveva detto lo stesso premier Giuseppe Conte, tirando in ballo il Dcpm che fissa almeno fino al 7 ottobre il divieto.

Ma come è possibile che, restando all'esempio della Juve, il club non sia stato ritenuto in grado di garantire entrate, permanenze e uscite dallo Stadium mentre per un evento d'Eccellenza è possibile accogliere allo stadio fino a 1000 spettatori? Giriamo la domanda al ministro (che nel frattempo dovrà produrre un atto normativo per permettere domani l'apertura dei cancelli del Foro Italico): la scelta di Bonaccini di far entrare i tifosi a Parma e Reggio sarà impugnata dal governo? Con il Piemonte era stato fatto in merito alla querelle sulla temperatura da misurare ai bimbi prima di andare a scuola (poi il Tar ha dato ragione a Cirio). Con quale legittimità una partita di serie A in Emilia si può fare con i tifosi e altrove no? A rendere il tutto più assurdo, il fatto che l'amichevole Inter-Pisa oggi alle 18 al Meazza sarà aperta a 1000 persone in quanto evento non ripetitivo come può essere un campionato, ma non risulta che ci sia l'ok, nello stesso stadio, alla presenza di gente in tribuna lunedì per il posticipo Milan-Bologna. A far capire che lo scontro è totale arrivano le parole dell'ad della Lega di A, Luigi de Siervo: «Chiediamo per il rispetto che meritano la nostra industria e i nostri tifosi, che al più presto si faccia chiarezza sulla riapertura degli stadi, seppure parziale e condizionata al rispetto delle condizioni di sicurezza», visto che «il caos regna ancora sovrano, al netto delle deroghe concesse dalla Regione Emilia Romagna».

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