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Rugby italiano in trionfo, ora non rompete l'ovale

Il trionfo contro l'Inghilterra merito di un movimento di nicchia e con poche aspettative. Ben venga la popolarità, ma non porti pressioni ed esigenze finanziarie come nel calcio
di Giovanni Longonilunedì 9 marzo 2026
Rugby italiano in trionfo, ora non rompete l'ovale

3' di lettura

Sabato abbiamo vinto. E questo è il vero guaio. Certo, è stata una vittoria storica per il rugby italiano, il nostro momento Wembley, la fine della sudditanza psicologica verso l’Inghilterra. Come nel 1973, quando la nazionale di calcio vinse a Londra per la prima volta, c’è un prima e un dopo.

Tutto ha funzionato. È giusto celebrare. Ma ieri mattina si sono svegliate le televisioni e la stampa e le pressioni che si nascondono sotto le celebrazioni. Quando la tv scopre uno sport, lo trasforma. Lo abbraccia, lo finanzia, lo rende grande. E poi lo stritola.

MISCHIA

Perché la tv non ama gli sport di nicchia: amai prodotti. E un prodotto deve essere comprensibile, spettacolare, vincente. Deve piacere anche all’extraterrestre appena sceso dall’astronave, che capisce subito il calcio ma davanti a una mischia storce il naso e cambia canale. Il rugby non è uno sport televisivo. Non lo è in Inghilterra, dove è stato inventato. Lì il calcio conta oltre cinque milioni di praticanti contro mezzo milione del rugby, e il fatturato della Premier League supera i sei miliardi di sterline annui contro i 250-300 milioni della Premiership Rugby: un rapporto di venti a uno.

Non lo è in Francia, dove si gioca moltissimo a sudovest e quasi nulla altrove. Non lo è in Italia, dove a Brescia è uno stile di vita e a Bergamo è sconosciuto, dove nel triangolo Padova-Rovigo-Treviso la palla ovale è quasi una religione civile e cento chilometri più in là non esiste. È uno sport di nicchia, di élite, con la puzza sotto il naso.
Ed è così ovunque, e va bene così. Il paradosso è che il successo di sabato è nato proprio da quella nicchia.

La Federazione ha lavorato per anni lontano dai riflettori, con pazienza e con un modello preciso. L’ingresso nel campionato celtico, poi aperto al Sudafrica. La strana coppia Benetton-Zebre: uno gestito con criteri manageriali, attento al bilancio e alle vittorie; l’altro gestito dalla federazione come vivaio della nazionale, per crescere talenti.

I migliori giocatori mandati all’estero a misurarsi con i migliori campionati. Il risultato non è solo una bella squadra, giovane e migliorabile, ma un movimento intero che sembra finalmente al livello delle altre Cinque Nazioni.

La prova più bella? Il ct Quesada ha ampie scelte per quasi tutti i ruoli. Abbiamo fatto a meno di Capuozzo per tre partite su quattro. Todaro, la stella del futuro prossimo, era fuori per infortunio. E Marin, l’uomo della provvidenza, spesso è partito dalla panchina.

E venerdì a Treviso, nel match Under 20, per la prima volta abbiamo visto un’Italia in difficoltà fisicamente contro i pari età inglesi: i nostri ragazzi, piccoli tecnici e veloci, hanno retto fisicamente contro i bianchi. In passato non era così: si selezionava più in base al fisico che alle doti tecniche, si costruivano buone squadre giovanili che non producevano quasi mai singoli talenti capaci di competere ad alto livello.

MILIARDI

Tutto questo è stato possibile perché si lavorava in silenzio, senza l’occhio della televisione addosso, senza la pressione di dover vincere ogni domenica per tenere gli abbonati. Ora quell’occhio si è aperto. E la storia insegna che è difficile resistergli. Il calcio italiano nel 1973 aveva vinto a Wembley. Poi sono arrivati i miliardi delle televisioni private, gli stadi vuoti riempiti di telecamere, il prodotto al posto dello sport.

Oggi il calcio italiano è ricco, famoso e da vent’anni non vince nulla di importante, a parte qualche mondiale ogni quarto di secolo. Speriamo che il rugby faccia una fine diversa. Ma la vittoria di sabato, bellissima e meritata, ha reso la cosa molto più difficile.