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Per Alex Schwazer "fine pena mai": che pena...

di C.G. venerdì 8 maggio 2026

2' di lettura

Il tempo di Alex Schwazer dice che sarebbe ancora competitivo. L’evidenza dei fatti successivi, invece, raccontano altro. E così il marciatore altoatesino, capace il 26 aprile scorso di firmare a Kelsterbach il nuovo record italiano sulla distanza della maratona con 3h01’55”, terza prestazione mondiale stagionale, non farà parte della squadra azzurra per gli Europei di Birmingham. Fuori tempo massimo, oltre il limite del 12 aprile fissato per ottenere la qualificazione. Tutto formalmente corretto, tutto difficilmente contestabile, ma quello che resta, ancora una volta, è una sensazione più profonda: che per Schwazer non esista davvero la possibilità di ripartire.

Perché Schwazer ha sbagliato, eccome se ha sbagliato. Lo ha ammesso lui stesso anni fa, pagando un prezzo enorme per il doping che gli costò la carriera dopo l’oro olimpico di Pechino 2008, ma c’è una linea sottile che divide la punizione dall’ergastolo sportivo, e la sensazione è che nel suo caso quella linea sia stata superata da tempo. Lui non polemizza.

«La Federazione vuole portare i primi tre italiani classificati alla Coppa del mondo, è una scelta che rispetto», ha spiegato all’Ansa dopo la telefonata del direttore tecnico Antonio La Torre. Parole rassegnate, di chi probabilmente ha capito da tempo che per lui ogni traguardo dovrà essere doppio: sportivo e umano. E allora inevitabilmente torna in mente Rio 2016. Una delle immagini più dure dello sport italiano degli ultimi anni. Schwazer da solo, lungo la spiaggia di Copacabana, ad allenarsi aspettando fino all’ultimo un via libera che non arrivò mai. Umiliato pubblicamente da una nuova positività al testosterone che poi, negli anni successivi, sarebbe stata travolta da dubbi, perizie e da una vicenda giudiziaria che parlò apertamente di provette manipolate.

Intorno a lui il vuoto. Nessuno accanto, nessuna protezione, soltanto un uomo lasciato lì, in sospeso tra colpa passata e impossibilità di difendersi davvero. Da allora Schwazer è rimasto in una terra di mezzo. Troppo colpevole per essere perdonato completamente, troppo forte sportivamente per sparire del tutto. Oggi ha 41 anni, lavora nello staff atletico del Sudtirol e continua a marciare quasi contro il tempo, contro il fisico e forse anche contro la memoria collettiva. «Alle Olimpiadi di Los Angeles non penso», dice. Difficile capire se è realismo legato al tempo che passa o semplice meccanismo di autodifesa.

Però resta una domanda, che ciclicamente torna su questo caso: quanto deve durare una pena sportiva? Perché se un atleta ha sbagliato, ha pagato, è tornato e continua persino a ottenere risultati di altissimo livello, allora il rischio è che la squalifica finisca per diventare eterna anche quando non esiste più ufficialmente. E a quel punto non sarebbe più giustizia, ma una condanna senza fine, o per meglio dire, l’ergastolo sportivo.

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alex schwazer

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