Lautaro Martinez gioca da gregario ma è decisivo come un primo violino. Questa è la sua grandezza. La conoscono bene i tifosi dell’Inter che ne seguono quotidianamente le gesta, un po’ meno gli osservatori occasionali che lo definiscono “comprimario”, come se fosse una diminutio e non la condizione di ogni giocatore dell’Argentina di Messi. È infatti comprimario «l’attore che ha la parte più importante dopo quella del protagonista», quindi tutti a parte il Dieci. Ed è proprio questa precisa gerarchia il motivo per cui giocheranno la seconda finale consecutiva e potrebbero diventare la prima Nazionale in era moderna a vincere due Mondiali di fila (ci sono riuscite solo l’Italia nel 1934 e 1938 e il Brasile nel 1958 e 1962).
Forse intendevano dare del “gregario” a Lautaro, ma anche in questo caso sarebbe stato un complimento. L’essenza del capitano dell’Inter è esattamente questa: lavoro per la squadra abbinato al colpo vincente, al gol che ti porta in finale. Non è la prima volta che accade: nel 2024 ha consegnato la Coppa America all’Albiceleste nei tempi supplementari della finale contro la Colombia, ad esempio. I gol si pesano, e li abbiamo pesati. E si contano: sono 40 in 84 partite. Nella classifica dei migliori marcatori di sempre della Nazionale argentina, Lautaro è al quarto posto. Quarto. In una Nazionale come l’Argentina. A 29 anni ancora da compiere (tra un mese). Davanti ha solo Aguero che ne conta 41, uno in più, in 101 presenze.
Poi Batistuta a quota 55 in 78 gare: impressionante ma raggiungibile. E lassù Messi con 125 reti in 205 gare. Ma è Messi. Non ci si avvicina per devozione. Aggiungiamo che, prima del gol che «sognava fin da quando papà gli regalò il primo paio di scarpini», Lautaro ha fornito anche 13 assist e nella Coppa America in cui segna in finale è stato capocannoniere. E questo sarebbe il giocatore che non lascia il segno nelle partite importanti? Se ne sono già dimenticati tutti, ma Lautaro non è mai stato una riserva in questo Mondiale. Le tre partite del girone più i sedicesimi le ha cominciate lui con Julian Alvarez, al centro di un caso di mercato, in panchina. In tutte queste gare ha lasciato posto al compagno di cui sopra sempre più o meno nello stesso momento (55’, 65’, 60’, 63’), tranne che nella gara contro la Giordania nella quale, dopo aver segnato, è uscito per permettere a Messi di tenere caldi i muscoli.
Poi Scaloni ha ribaltato la strategia, più che la gerarchia: Lautaro è molto più incisivo di Alvarez a gara in corso nelle partite di livello più alto, quelle in cui l’Argentina ha cominciato a faticare. Tre gare contro Egitto (ottavi), Svizzera (quarti) e Inghilterra (semifinali) in cui gioca rispettivamente 24’, 35’, 9’ più i recuperi e mette a referto 2 gol e un assist per una partecipazione decisiva ogni 23’, una percentuale del 67% di conversione delle grandi occasioni e tre soli tiri necessari per segnare una rete. Il tutto da sommare a due grandi occasioni create per i compagni.
Per fortuna Scaloni non si è mai fatto intrappolare nel dibattito «Julian o Lautaro?». La sua risposta è sempre stata «entrambi». Uno fa sì che la difesa avversaria rimanga senza fiato, l’altro si assicura che gli avversari tornino a casa sconfitti. Questo è il lusso che nessun’altra Nazionale possiede. Un equilibrio che puoi raggiungere solo se hai giocatori con l’intelligenza emotiva del Toro: leader assoluto e capitano nel proprio club eppure disposto a farsi gregario silenzioso e paziente in Nazionale. Uomini squadra per vocazione, ma pronti a trasformarsi in solisti spietati nel momento in cui si materializza l’occasione della vita.