Quando Harry Kane alza il Pallone d’oro, tutti scattano in piedi ad applaudire, ma Kylian Mbappé rimane pietrificato, l’invidia lo imbullona alla poltrona. Non ha ancora incassato il colpo quando, in una diretta social, ride di un meme su Mao che il campione definisce «dittatore».
Da Pechino la reazione è furiosa: gli sponsor lo scaricano per «offesa ai sentimenti nazionali». Davanti ai soldi in fumo cuor di leone si trasforma in agnellino e si lancia in scuse sperticate per aver ferito il popolo cinese, giura in francese, inglese e pure in mandarino di avere «profondo rispetto» per la sua storia e il “dittatore” Mao diventa un padre della patria. Due anni fa, prima delle legislative in Francia, Mbappé si ergeva a paladino della democrazia: «Gli estremisti sono alle porte del potere».
E prima del ballottaggio pontificava contro Marine Le Pen: non mettete il Paese nelle mani di quella gente. Il partigiano Mbappé davanti ai comunisti cinesi si chiude in difesa e per i diritti tv si scorda pure i diritti umani. La verità è che contro Le Pen non si rischia nulla, contro Mao si perdono gli sponsor. E allora il coraggio finisce in panchina.