Robe da matti

Immigrati irregolari no-vax, "il siero non lo vogliamo". Bomba ad orologeria, i numeri dei contagi: l'ultimo fronte

Enrico Paoli

Al Centro di permanenza per i rimpatri di via Corelli, a Milano, non sanno più cosa fare. Ma probabilmente non solo lì, vista la situazione. Gli immigrati irregolari presenti nelle strutture della penisola, molti dei quali con una lunga sfilza di reati alle spalle, avendo capito che non possono essere costretti a sottoporsi al tampone molecolare per stabilire se siano positivi o meno al Covid, si rifiutano in massa di fare il test. L'esame può essere effettuato solo con il consenso del clandestino. Figuriamoci cosa potrebbe accadere con i vaccini. Tutti no Vax o roba simile? Non proprio. Con il loro rifiuto gli immigrati irregolari ottengono un duplice risultato. Da una parte bloccano i rimpatri, dall'altra allungano i tempi delle procedure, arrivando a superare il limite di 90 giorni, in base al quale tornano liberi.

 

 

 

«Anche di delinquere», racconta a Libero un operatore delle forze dell'ordine, esperto della materia. «Più di un immigrato», uscito dal Cpr dopo i fatidici 90 giorni, «è stato arrestato, anche per reati gravi». Eppure è proprio con la legge sull'immigrazione che aggirano le leggi create per rispedirli al loro Paese d'origine. Più che un paradosso, una vera e propria follia. Anche perché, molti di questi soggetti, sono frequentatori abituali di Questure e caserme dei Carabinieri. «Senza il risultato del tampone, aerei e navi non accettano a bordo i clandestini destinati al rimpatrio», racconta l'operatore delle forze dell'ordine, «e questo diniego ferma tutto, vanificando il nostro lavoro. Sino a quando non c'era il problema del tampone, i rimpatri avvenivano con regolarità. Al Cpr di Via Corelli, a Milano, arrivavano i tunisini da Lampedusa. Il tempo delle pratiche e venivano rispediti a casa. Ora e tutto fermo». Con il risultato che il Centro è sottoutilizzato, mentre la criminalità, a Milano, è tornata a crescere.

 

 

 

 

«È chiaro che questo trucchetto ormai è risaputo da chi è nella struttura», sostiene l'assessore regionale alla Sicurezza della Lombardia, Riccardo De Corato, «tutti lo usano perché sanno che non esiste una legge che li obblighi a sottoporsi al tampone. Da 6 mesi a questa parte, le espulsioni riguardano solo persone che si sono stufate di stare nel nostro Paese», afferma l'esponente di FdI, «e che si sono volontariamente sottoposte a tampone. Una percentuale ridicola rispetto al numero di chi soggiorna nel Cpr in via Corelli e rispetto anche ai numerosi clandestini presenti a Milano (oltre 50mila secondo Orim e Polis Lombardia)». Attualmente nella struttura sono presenti una sessantina di immigrati, a fronte di una capienza complessiva pari a 116 unità.

 

 

 

 

«Mi auguro che il ministro Lamorgese, si interessi dique sta situazione che ancora una volta certifica che per chi delinque nel nostro Paese ci sono troppe scappatoie per farla franca». Chiosa De Corato. Per Massimo Girtanner, candidato al Consiglio Comunale di Milano, «ogni scusa è buona per ridurre il più possibile i rimpatri di clandestini o delinquenti, pericolosi per la nostra società, temporaneamente trattenuti nel Cpr di via Corelli. Mi auguro che si trovi presto una soluzione alla questione del tampone perché non è possibile che tutto il meccanismo venga bloccato».