Svolta epocale sulla gestione delle migrazioni al Parlamento europeo: approvata la prima lista UE, tramite la commissione per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE), dei cosiddetti “Paesi sicuri d’origine” e ridefinito il concetto di “Paese terzo sicuro”.
Il risultato del voto parla chiaro: 39 sì, 25 no, 8 astenuti per la lista dei Paesi sicuri; il provvedimento sul concetto di “terzo sicuro” ha visto 40 sì e 32 no. Alessandro Ciriani, eurodeputato di FdI–ECR e relatore del dossier, giudica il traguardo ottenuto come un “passaggio cruciale per dotare l’Unione di regole più chiare, coerenti e realmente applicabili nella gestione dei flussi migratori”.
Di tutt’altro avviso, invece, Ilaria Salis e, a seguire, le rappresentanti della minoranza interna all’emiciclo, che hanno reagito con durezza definendo il voto come “una vergogna”. “Queste norme – tuonano - fanno parte di un pacchetto che andrà di fatto a smantellare il diritto d’asilo in Europa, ponendo le basi per un piano di deportazione di massa sul modello Americano”. "La traiettoria dei fascisti ormai è chiara, da un secolo all'altro e da un lato dell'oceano all'altro", tuona la Salis, eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, in un accorato video-appello su Instagram.
Secondo Salis, quelle approvate oggi non sono semplici misure tecniche: sono un salto verso una gestione dei migranti rigidissima, senza margini per eccezioni, diritti speciali o secondi tentativi. Una scelta che, ammonisce, “colpisce prima gli immigrati, ma domani potrebbe colpire chiunque”. E così, mentre i partiti di centro-destra esultano per un “ritorno all’ordine”, la sinistra e chi difende i diritti umani gridano al pericolo: l’Europa — secondo loro — cambia pelle, e con essa le sue garanzie. Per migliaia di persone in attesa di asilo, la decisione odierna può segnare la differenza tra un permesso e un respingimento secco. Tra i Paesi inseriti nell’elenco figurano: Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia — con l’aggiunta delle nazioni candidate all’ingresso nell’Unione, salvo eccezioni legate a eventi gravi come conflitti o violenze indiscriminate.




