Per oltre vent’anni l’avevano usato come luogo di preghiera anche se lì non si poteva pregare. Poi a suon di battaglie, dispute legali e ricorsi, il Comune di Monfalcone è rientrato in possesso della moschea abusiva di via Duca D’Aosta. Sulla pagina ufficiale social si presenta come “Centro culturale islamico Darus Salaam di Monfalcone”, ma in realtà, come avviene nella maggior parte dei casi, quel centro di culturale aveva solo le prime quattro lettere, il cult(o) appunto.
Nove stanze, 191 metri quadri, per un valore di circa 160 mila euro. Un centro, in una ex pizzeria, dato ai musulmani nel 2002. Che poi venne acquistato dalla comunità bengalese locale. A detta loro era un sito polifunzionale per attività culturali, doposcuola e assistenza sociale. La situazione cambia quando il 15 novembre 2023, il Comune di Monfalcone, all’epoca guidato da Anna Maria Cisint, ora europarlamentare in quota Lega, emette un’ordinanza di ripristino della destinazione d’uso, con cui di fatto ordina la chiusura delle moschee abusive, dando inizio alla sua battaglia.
Il 23 dicembre 2023 gli islamici organizzano una marcia a Monfalcone protestando contro la chiusura della moschea. E Anna Maria Cisint viene anche minacciata di morte. A febbraio 2024 le danno la scorta. Ma da lì si apre un lungo braccio di ferro tra il Comune e la comunità islamica. Gli islamici fanno ricorso contro l’ordinanza. E il Tar Friuli Venezia Giulia nel 2024 accoglie il ricorso dei musulmani. Il Comune impugna. E ad aprile 2025 il Consiglio di Stato annulla la sentenza del Tar e conferma la legittimità dell’ordinanza del Comune. Teoricamente la partita si chiude. Ma i musulmani continuano a usare abusivamente l’immobile come luogo di culto. Il Comune emette un’altra ordinanza per l’acquisizione del centro. E scatta la sanzione che ne prevede il sequestro. Gli islamici fanno ricorso al Tar. Che a luglio 2025 dà ragione al Comune. Non contenti, gli islamici fanno appello. Ma il 31 luglio 2026 la battaglia si chiude. Il Consiglio di Stato dà ragione all’amministrazione comunale respingendo l’appello presentato dai musulmani, stabilendo che quei locali debbano rientrare a tutti gli effetti sotto la proprietà del Comune di Monfalcone. E i musulmani annunciano di volersi appellare alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Ieri, intanto, il Comune di Monfalcone è rientrato in possesso dell’immobile. «È la prima volta in Italia che si arriva a un risultato di questa portata dice Cisint - lì dove regnavano illegalità e abusi, dove abbiamo denunciato integralismo e odio verso l’Occidente, dove si progettava la creazione del primo partito islamico d’Italia, ora sorgerà uno spazio pubblico». Il Comune ha acquisito gratuitamente l’ex moschea e provvederà a sistemare i locali e a dar loro un nuovo utilizzo. «Un fatto che si colloca - dice il sindaco Luca Fasan - nel contesto del rifiuto all’integrazione da parte della comunità islamica, che si manifesta nel mancato rispetto delle nostre leggi, per non parlare delle sopraffazioni verso le donne e le minori».