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James Comey e la missione spietata degli anti-Trump

16 Aprile 2018

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James Comey e la missione spietata degli anti-Trump

“E’ del tutto possibile che, poiche’ io stavo prendendo decisioni in un contesto in cui Hillary Clinton era sicura di essere il prossimo presidente, la mia preoccupazione di farla passare per un presidente illegittimo se io avessi nascosto la riapertura dell’indagine ha avuto un peso maggiore di quello che avrebbe avuto se l’elezione fosse stata piu’ in bilico o se Donald Trump fosse stato davanti in tutti i sondaggi”. Ipse dixit, anzi cosi’ ha scritto, il nuovo eroe della sinistra mondiale James Comey nel libro “Una piu’ alta lealta’”, in uscita martedi’ 17 aprile. Il volume e’ destinato ad oscurare la fama di “Fuoco e Furia” di Michael Wolff nella speciale sezione delle librerie intitolata “Come guadagnare qualche milione di dollari dando sollievo psicologico a chi soffre ancora della sindrome di Trump, un anno e mezzo dopo la sua vittoria”.
Il “contesto” cui si riferisce Comey e’ un fatto arcinoto: a fine ottobre 2016 l’allora direttore FBI aveva annunciato che, essendo saltate fuori molte nuove email sospette dal computer del marito della super-amica di Hillary Huma Abedin che era stato invischiato in una inchiesta per pedofilia via Internet, il caso del server “non protetto” della Clinton era stato riavviato. Siccome la Abidin usava pure lei il computer di casa del marito, ci potevano essere email “di lavoro”, quindi classificate, scambiate con la sua capa Hillary, spiego’ Comey.
I Democratici e la campagna della Clinton furono choccati dalla notizia della riapertura del caso (che fu richiuso poco dopo, prima del voto), perche’ nel luglio precedente lo stesso Comey aveva annunciato un verdetto finale a favore dell’ex segretaria di Stato, sgombrandole la strada da intralci giudiziari. L’assoluzione di Comey, nell’ultimo anno del regime di Obama, era stato un parto della partigianeria dominante nell’FBI, nel ministero della Giustizia, e nella Casa Bianca. Tutti allora erano tifosi della candidata Democratica, il cui marito Bill ebbe addirittura un incontro pubblico con la ministra della Giustizia Loretta Lynch in un aeroporto.
Oggi che e’ stato licenziato, nel lucroso sforzo di apparire un sofisticato servitore dello Stato ingiustamente sbattuto fuori dal suo posto di direttore dell’FBI da un presidente indegno, l’ex Comey ha ammesso qualcosa che lo dovrebbe direttamente portare sul banco degli accusati per aver illegalmente politicizzato il suo ruolo di “primo poliziotto d’America”. Decidere le sorti, i tempi, e la pubblicita’ di una indagine criminale in base ai sondaggi sul presidente che verra’? Roba da super-inchiesta, sempre che ci fosse nell’America di Trump un Dipartimento della Giustizia nella pienezza delle sue capacita’. Invece e’ paralizzato da una situazione assurda, politicamente corretta e corrotta. C’e’ un ministro, Jeff Sessions, che si e’ chiamato fuori dalla inchiesta Russiagate come sua prima mossa appena entrato in carica, deludendo il presidente che lo aveva nominato. C’e’ l’attuale reale reggente, il viceministro Rod Rosenstein, che aveva steso un rapporto sull’operato di Comey nella conduzione del caso del server di Hillary a dir poco devastante: al punto che si concludeva con la proposta, accettata e usata da Trump, di licenziarlo. Ma, poi, Rosenstein e’ lo stesso che ha deciso di nominare Robert Mueller, che era stato direttore dell’FBI e capo di Comey, quale Procuratore Speciale per indagare sulla collusione di Mosca con la campagna di Trump. Con i pieni poteri, e si e’ visto come li usa: per incastrare Mike Flynn per intrallazzi in Ukraina di molti anni fa, e per sfruculiare su Stormy e sugli affari personali dell’avvocato di Trump, Cohen. Non ha trovato una singola prova sulla “collusione”, ma va avanti da un anno ormai chiaramente solo per tenere la “nube russa” su Trump. Anche se l’assurdita’ e’ ovvia: il presidente USA spara missili sulla Siria, espelle i diplomatici russi, spara sanzioni su sanzioni contro Putin e i suoi protetti.
A complicare l’intrigo istituzionale c’e’ la concomitanza dell’uscita del libro di Comey e della conclusione dell’indagine dell’Ispettore Generale del Ministero della Giustizia sull’ex vicedirettore dell’FBI (agenzia che dipende dal Ministero della Giustizia) Andrew McCabe. Comey lo aveva promosso suo vice due anni fa e lo aveva incaricato di sovrintendere l’inchiesta sulla Clinton. McCabe e’ stato licenziato pochi giorni prima di andare in pensione, il mese scorso, per aver fatto filtrare notizie riservate alla stampa, e poi per aver mentito su cio’ agli investigatori. Ma di McCabe e’ soprattutto noto da tempo il conflitto di interesse politico, avendo una moglie che ha corso per diventare senatrice in Virginia e ha fatto la sua campagna (persa) con i soldi del governatore DEM Mc Auliffe, da sempre pezzo grosso del “giro” dei Clinton. Malgrado cio’, l’FBI di Comey gli aveva permesso di guidare, e concludere come si e’ visto, l’indagine su Hillary. Successivamente, McCabe e’ stato un partner delle manovre dell’agente FBI Peter Strzok, e della sua amante anch’essa funzionaria dell’FBI, per “assicurarsi” che Trump non venisse eletto: e la “polizza”, discussa nell’ufficio di McCabe, doveva essere il famigerato dossier pagato dalla campagna di Hillary, scritto da una spia inglese su calunnie russe.
L’immagine d’insieme che esce dalle storie di McCabe, Rosenstein, Mueller, adesso corroborate dalle ammissioni di Comey, e’ che il ministero della Giustizia e dell’FBI “pre” e “post” la vittoria di Trump e’ stato e continua ad essere un covo di trame politiche. E di personaggi che per simpatie politiche mescolate a fini piattamente carrieristici non si fermano davanti a nulla.
Comey ha detto, in una intervista, che sua moglie e sua figlia hanno partecipato alla marcia delle donne contro Trump, a Washington, il giorno dopo la sua inaugurazione. Della moglie di McCabe s’e’ detto. E’ ovviamente legittimo che chiunque possa avere preferenze partitiche, anche chi fa il direttore o il vicedirettore dell’FBI, per non parlare dei loro famigliari. Ma la attuale scomposta discesa in campo di Comey (Repubblicano dei tempi di Bush) e di McCabe, e l’intenzione evidente di Mueller (pure lui di lontana nomina Repubblicana) di scatenare l’FBI contro l’avvocato di Trump per eventuali illegalita’ che nulla hanno a che vedere con il Russiagate, sono prove che l’antitrumpismo e’ vissuto ormai come missione assoluta all’interno dell’establishment, anche a dispetto delle regole.
“Comey ha scritto la bozza per esonerare da ogni colpa la truffatrice Hillary molto tempo prima di parlarle (e su questo ha mentito in Congresso al senatore repubblicano G.), e poi ha basato le sue decisione sui numeri dei sondaggi. Da impiegati delusi e arrabbiati per essere stati cacciati lui, McCabe, e gli altri, hanno commesso molti crimini”, ha twittato oggi Trump. Ma i suoi sono appelli che, pur ineccepibili per le verita’ fattuali che contengono, suonano patetici nell’assenza di azioni giudiziarie da parte del latitante ministero della Giustizia.

di Glauco Maggi



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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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