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Giustizia e politica

Dopo Kennedy, la mossa di Trump sulla Corte suprema

2 Luglio 2018

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Dopo Kennedy, la mossa di Trump sulla Corte suprema

Il giudice della Corte Suprema Anthony Kennedy ha finalmente rotto gli indugi, e dopo tanto parlare fin dall’estate scorsa che si sarebbe dimesso (ha 81 anni) ha consegnato il 27 giugno al presidente Trump la lettera di addio, operativa dal 31 luglio. La questione ha ben poco di burocratico, e tantissimo in valenza politica. La Corte Suprema ha un peso fondamentale nel dirimere questioni spinosissime (diede la presidenza a George Bush contro Al Gore) e nell’orientare l’evoluzione della societa’ (ha stabilito il diritto ad abortire e alle nozze omosessuali). Rappresenta il terzo potere, il giudiziario, a fianco di quello esecutivo (la Casa Bianca) e di quello legislativo (il Congresso). Ma la sua “indipendenza” e’ il frutto di una alchimia politica elaborata: i giudici sono nove, e una volta nominati lo sono a vita, proprio per farne figure esterne ad ogni pressione politica diretta degli altri due poteri. I quali due poteri, pero’, sono eletti dal popolo e concorrono a creare la corte: il presidente con la nomina e i senatori con la discussione che porta al voto di conferma. In questo modo, di fatto, la Corte e’ modellata nel tempo in sintonia con l’umore politico mutevole della societa’.
Ora Trump, dunque, puo’ imprimere al collegio Supremo del potere giudiziario un’inclinazione marcatamente “costituzionalista”, allontanando la Corte dalla filosofia dell’ “attivismo giudiziario”. Il prescelto, che il presidente annuncera’ entro poche settimane e che il capo dei senatori Mitch McConnell ha promesso di mettere ai voti in Senato entro ottobre (quindi prima del voto di medio termine), sara’ infatti selezionato dalla lista di 25 candidati, preparata su richiesta di Trump dalla Federalist Society e dalla Heritage Foundation, due organismi di stampo conservatore. Da quella lista, che in campagna elettorale conquisto’ a Trump il favore degli evangelici e dei conservatori piu’ rigidi e ideologici, era uscita nel 2017 la prima nomina del presidente repubblicano, Neil Gorsuch, chiamato a riempire il vuoto lasciato dalla dipartita di Antonin Scalia.
Per semplificare, nel gergo politico si usa chiamare i giudici della Corte Suprema - e delle altre Corti – o conservatori o liberal, o di destra o di sinistra. Piu’ correttamente, pero’, cio’ che li divide nelle decisioni sulle questioni su cui sono chiamati a emettere il verdetto di maggioranza, nelle cause che arrivano al loro esame dopo aver scalato i due gradini delle Corti distrettuali federali e delle Corti d’Appello, e’ l’approccio che hanno nei confronti della Costituzione e delle leggi vigenti.
I conservatori, attualmente, sono quattro: Clarence Thomas nominato da George Bush Padre nel 1991; John Roberts e Samuel Alito da George W. Bush nel 2005; Neil Gorsuch da Donald Trump nel 2017. Il loro atteggiamento culturale-politico-giudiziario e’ di essere fedeli e rigorosi nel rispettare la lettera della Costituzione e delle leggi del Congresso: sostengono che e’ quest’ultimo a farle mentre loro, in quanto giudici, le devono applicare.
Anche i liberal sono quattro: Ruth Bader Ginsburg nominata da Bill Clinton nel 1993; Stephen Breyer, sempre da Bill Clinton, nel 1994; Elena Kagan e Sonia Sotomayor da Barack Obama nel 2009. Costoro ritengono invece che i giudici abbiano il potere di cambiare le leggi: con il loro attivismo giudiziario puntano a far passare la loro agenda liberal a prescindere dal Congresso, anzi stimolandolo a seguire il loro indirizzo.
Anthony Kennedy, che era stato nominato da Ronald Reagan nel 1988, nei 30 anni del suo lavoro alla Corte ha via via sviluppato un atteggiamento fluttuante tra le due anime, che l’hanno portato a svolgere un ruolo decisivo in molte vertenze essendo il titolare del nono voto. Non sempre, pero’, si e’ trovato al centro. Sulla costituzionalita’ di Obamacare, per esempio, si schiero’ con tre giudici conservatori, mentre fu John Roberts a “tradire” fornendo ai quattro giudici liberal il quinto voto per la sentenza di maggioranza che mantenne in vita la riforma sanitaria di Obama.
Kennedy non ha mai voluto essere definito swing, ballerino, affermando che sono “i casi ad essere ballerini, uno diverso dall’altro, non il sottoscritto”. Anche se le sue posizioni scontentarono spesso, a turno, conservatori e liberal, il suo addio e’ un colpo terribile solo per i Democratici. Chi verra’, essendo nominato da Trump nel solco dei costituzionalisti che piacciono ai conservatori, difensori del primo emendamento e delle liberta’ religiose, difficilmente dara’ alla sinistra le numerose occasioni di scontentare la destra che aveva dato Kennedy.
Tra i papabili per la posizione, secondo il WSJ, ci sono almeno due donne: Amy Coney Barrett, 46 anni, nominata da Trump nel 2017 per il Settimo Circuito della Corte d’Appello; e Joan Larsen, 51, sempre nominata da Trump un anno fa per il Sesto Circuito della Corte d’Appello. Sul suo website, ora chiuso, la Larsen aveva esposto cosi’ la sua filosofia: “I giudici dovrebbero interpretare le leggi secondo quanto le leggi dicono, non secondo quanto i giudici vorrebbero che le leggi dicessero. Si suppone che i giudici interpretino le leggi; non si suppone che le facciano”. Nel lotto dei possibili c’e’ pure un asiatico-americano, Amul Thapar, 49 anni, nominato da Trump nel 2017 alla Corte d’Appello per il Sesto Circuito.
Essere una donna o appartenere a una minoranza etnica sono requisiti che dovrebbero aiutare a placare l’opposizione dei due o tre senatori Never Trump del GOP, quando saranno chiamati a votare. Essendo in 51 contro i 49 DEM, occorre che non piu’ di un repubblicano si opponga, contando anche che John McCain e’ malato di cancro e non si puo’ sapere se sara’ o meno in aula per la conferma tra qualche mese. Sono indispensabili 50 voti, perche’ a quel punto entrerebbe in scena il vicepresidente Mike Pence, che e’ il presidente del Senato e puo’ votare solo in caso di stallo 50 a 50. La caratteristica di tutti i candidati e’ di essere giovani, attorno ai 50 anni, perche’ la carica e’ a vita. E un presidente vuole lasciare la propria impronta, filosofico-giudiziaria, il piu’ lungo possibile. “Per 40-45 anni”, ha detto Trump affondando il coltello nella piaga dei liberal.

di Glauco Maggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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