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Novità in Rete

Come ti faccio ridere sul Web

L'attore e autore Gianni Fantoni rivoluziona il linguaggio comico grazie a un'applicazione da lui inventata. Qui un'intervista a tutto campo, su come certi media si sgonfiano e altri trionfano

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Gianni Fantoni nei panni di Aldo Cattabianca, uno dei personaggi della sua app SocciaNetwork

Gianni Fantoni è un attore e autore comico di provate capacità, in azione da un ventennio su tutti i fronti mediatici: televisione, radio, cinema, teatro, libri. Una produzione vastissima per la quale rimando al suo sito www.giannifantoni.com.

La novità è che l’artista ferrarese, avvalendosi di una solida preparazione informatica, ha ora affrontato, unico nel suo genere, il mondo delle applicazioni Internet, escogitandone una, già funzionante, dove è possibile assistere ai monologhi di quindici personaggi da lui interpretati. Si chiama SocciaNetwork e funziona su tutti i dispositivi mobili Apple (presto ne arriverà anche una versione per Android); si può averne un assaggio a questo link:

 

https://itunes.apple.com/it/app/soccianetwork/id863248825?mt=8

 

Tre personaggi sono gratuiti, gli altri possono essere “sbloccati” per 0,99 euro o 1,99 euro ciascuno. A meno di usufruire dello “sblocco totale” a 7,99.

I personaggi sono esilaranti: si va dal mite e effeminato Aldo Cattabianca, un ragazzo che vive in un mondo tutto suo, ritagliato dalle riviste di gossip, a Ermes Ramponi, improbabilissimo latin lover. Dalla petulante casalinga Franchina Polegato alla ispirata poetessa Stella Lucente.

La portata innovativa di questo formato consiste nel fatto che ogni personaggio, che si rivolge a un immaginario pubblico della Rete, come fosse in una videochat, si esprime su tempi lunghi, anche più di venti minuti, e scorre in loop, ricominciando ogni volta da capo. Lo spettatore non lo può mettere in pausa, né tornare all’inizio, né avanzare rapidamente. In compenso il monologo fluisce continuo, senza stacchi di montaggio (la regia è di Antonio Monti).

Ho contattato Gianni Fantoni e gli ho proposto un’intervista a ampio raggio, sul significato di questo suo lavoro e sui mutamenti del linguaggio comico di fronte all’espansione tecnologica della Rete.

In relazione allo sviluppo delle comunicazioni in Rete, qual è secondo te la differenza tra comico e ridicolo?

Mi sembra una questione di volontarietà. Nel primo caso ci sono quelli che sono consapevoli di adoperarsi per provocare una risata negli altri, nel secondo caso quelli che la suscitano senza averlo desiderato. In genere in Rete si predilige la seconda forma di contenuto perché il dileggio del simile attiene di più alla fauna dei social network. Chi si industria a fare il comico secondo canoni classici, come si fa ancora in televisione, ha meno appeal perché percepito come “vecchio” o comunque “non nuovo”. La Rete ammanta una gara di peti come una cosa rivoluzionaria. C’è chi è diventato anche famoso facendolo. I giovani poi, che frequentano la Rete, vengono indirizzati a fruire dei contenuti più visti, senza un accesso facilitato ai grandi classici, generando un effetto da cui è difficile tornare indietro.Per fare un esempio con le (moribonde) edicole, è come se queste mettessero in evidenza solo quotidiani di gossip e non i settimanali di approfondimento, anzi, già lo fanno, direi. L’informazione la guidi anche così.

Quanto contano i testi nelle produzioni dei materiali per la Rete (per esempio YouTube) e quanto conta l'impatto delle immagini?

Conta il contenuto “rivoluzionario”, la “vera verità”. Si dà per scontato che in Rete si possa trovare quello che i media tradizionali non trasmetterebbero mai. In realtà, è una manipolazione ancora più efficace, perché è più subdola. Mentre in tv sei consapevole che ti stanno raccontando una mezza verità, in Rete sei sicuro che sia la Verità, perché è esattamente plausibile e contemporaneamente contraria a quello che potrebbe dire un telegiornale.I filmati più gettonati sono quelli in cui generalmente si parla male di Facebook e di YouTube e del consumismo in genere, una sorta di “Svegliatevi!” ma, naturalmente, sono veicolati su Facebook e YouTube, giganti arricchiti con la pubblicità

L'applicazione da te ideata su quali presupposti si fonda? In che cosa si distingue da analoghe iniziative (se ce ne sono) attraverso le quali attori comici cercano di raggiungere un pubblico orientato alle nuove tecnologie?

È un finto social network dove (per il momento…) Quindici personaggi impersonati da me si raccontano “in diretta”: non puoi fermare il video, non puoi ricominciare a vederlo da dove vuoi tu: te lo becchi appunto “in diretta”. Puoi fare zapping tra i personaggi, ma quando ne ritrovi un già visto capisci che lui ha continuato a vivere anche senza di te, come nella vita vera. E non parlo certo di skecth brevi: la sensazione è che l’intrattenimento possa durare delle ore, come di fatto avviene. Sono partito per fare un parodia di Chatroulette, un sito che offre una specie di “Skype a casaccio” tra utenti che non si conoscono. Poi il sito non è diventato così popolare come sembrava, mentre i video in Rete, comunque, sono molto aumentati e ora c’è il fenomeno della diretta video esploso prima con Periscope su Twitter e poi Facebook Mentions. Anche YouTube lo sta per offrire: chiunque avrà i suoi 15 minuti di notorietà, ma in diretta! Io, avendo fatto il programmatore tanti anni fa, mi sono rimesso a fare codice per creare qualcosa che non c’era; sono, senza presunzione, l’anello di congiunzione tra il comico e il tecnologico, anche se momentaneamente limitato alla mia app.

Perché hai scelto un sistema di fruizione non immediata, ma che richiede tempi di ricezione anche lunghi (sketch di oltre venti minuti, e non i canonici due-tre della televisione)?

Perché sono pazzo. A volte ti viene un’idea che senti di dover seguire, hai l’urgenza di verificarla, indipendentemente dalle sue possibilità di successo o di remunerazione economica. Il medium usato, il telefonino o il tablet collegato a Internet, permette questo tipo di modello di intrattenimento, altrove impossibile da mettere in pratica. Anche il modello di grammatica comica è completamente nuova. Da fruitore, ci vuole qualche minuto in più per appropriarsene, poi però diventa più difficile staccarsene.

Quali sono i limiti della televisione generalista nel proporre testi comici innovativi?

Difficile proporre cose nuove a un pubblico anche mentalmente vecchio. Sopravvivono trasmissioni consolidate negli anni, e la pubblicità che già scarseggia non può correre il rischio di essere vista da meno del già poco pubblico che la quiete della ripetizione dello stesso programma garantisce. Solo in coda a programmi ad exploit (grandi eventi, tipo Sanremo) si potrebbe fare qualche esperimento, ma non di certo sulla Rete Ammiraglia della Rai. Poteva funzionare un dopo festival su Internet come aveva cominciato a fare Saverio Raimondo, ma l’hanno poi soffocato nella culla.

In quali canali di televisione a pagamento è possibile assistere a forme di comicità non tradizionali, per esempio a esibizioni di stand up comedians dall'atteggiamento non politicamente corretto?

Comedy Central di sicuro dà più spazio a cose del genere, è la sua missione. Molti prodotti americani, però, e pochissima roba italiana che, a mio modo di vedere, scimmiotta un po’ troppo quello che si vede dall’America senza avere le basi culturali che lo giustifichino, attorcigliandosi spesso a volgarità gratuite con la scusa di un modo di ridere nuovo.

L'applicazione da te ideata e diffusa si rifà a modelli preesistenti, magari già collaudati all'estero?

No, o almeno non che io sappia.

Qual è stata finora l'accoglienza del pubblico? 

È un prodotto da conoscere, e non ha all’interno contenuti “provocatori” o “virali”. È un po’ arduo farsi largo in un torrente impetuoso di filmati di scherzi atroci, insulti, e contenuti molto banali e volgari, andando controcorrente, ma se ripeti strenuamente quello che vuole il pubblico non rendi un buon servizio al tuo progetto artistico. Come diceva Henry Ford, “Se avessi chiesto alla gente cosa voleva, mi avrebbero detto cavalli più veloci”.

Hai lavorato recitando alla lettera testi già scritti, o hai sviluppato i personaggi a partire da loro caratteristiche fisiche e psicologiche?

Una delle cose fondamentali di questo progetto è che subito mi sono accorto che non avrei potuto preparare nulla di scritto, era impossibile: l’avrei ucciso nella sua unicità. Si parte dall’immaginazione del carattere di un personaggio inedito, immedesimandosi completamente, diventandolo. Credo di aver seguito il metodo Stanislavskij anche se non ho mai partecipato a scuole di recitazione; ho replicato artigianalmente quel modello. Non sono imitazioni, sono somme di caratteri irrobustiti da interpolazioni di fantasia ricostruttiva. È una prova d’improvvisazione consistente: i personaggi vivono a lungo, molto a lungo, non per un classico spazio di tre minuti, e tenere un personaggio comico per tanto tempo, i colleghi lo sanno, richiede molta concentrazione e soprattutto implica aver centrato il carattere rendendolo “rotondo” cioè “vivo”, plausibile pur nella sua assurdità. Non puoi scrivere nulla di quello che dirai, ucciderebbe la sua efficacia.

In quale misura ritieni che la televisione possa ancora osare formule che non siano già in partenza "bruciate" dalle possibilità di rapida diffusione virale dei contenuti sulla Rete?

Sono audience e linguaggi differenti, quindi i metodi di creazione del prodotto non credo siano sovrapponibili. La Rete può anche comportarsi da mero ripetitore della tv generalista, ma non funziona il contrario. Qualche produttore ha pensato di mettere in piedi programmi televisivi partendo da youtubers di successo, ma la cosa non ha funzionato. Qualcuno diventato famoso in Rete è finito sì, in televisione, ma è stato incanalato nelle regole del medium che lo ospitava.

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Paolo Bianchi

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Ha pubblicato "Avere trent'anni e vivere con la mamma" (Bietti, 1997), "Uomini addosso" (ES, 1999), "Il mio principe azzurro" (ES, 2001, con Igor Sibaldi), "La repubblica delle marchette" (Stampa alternativa 2004, con Sabrina Giannini), "La cura dei sogni" (Salani, 2006), "Per sempre vostro" (Salani, 2009), "Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, 2012). Ha scritto per riviste e quotidiani, fra questi ultimi "Il Foglio". "Il Giornale" e, dal marzo 2010, "Libero". Lavora anche come traduttore letterario.

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