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Mohammed V, un giusto fra i musulmani

Il monarca marocchino che salvò gli ebrei dalla Shoah

Andrea Morigi

Andrea Morigi

A Libero dal 2000, conduttore di Radio Maria, autore del Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo.
Mohammed V, un giusto fra i musulmani
Il 27 gennaio 1945 furono abbattuti i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. Ogni anno, in quella data, si celebra la Giornata della Memoria della Shoah ed è opportuno ricordare anche i “giusti” musulmani come il re del Marocco. «Noi ebrei marocchini siamo stati salvati da re Mohammed V. È grazie a lui se in Marocco la Shoah non c’è stata», ha dichiarato il rabbino Yousef Haddad, esponente di spicco della comunità ebraica marocchina, raccontando ad Aki-Adnkronos International in che modo la casa reale salvò dalla deportazione in Germania gli ebrei che si trovavano nel Paese. «Non ho dati storici da riferire – ha spiegato il rabbino oggi ottantaquattrenne – ma ho una storia da raccontare. Negli anni Quaranta il mio Paese era occupato dalla Francia e dal governo di Vichy, il quale chiede a re Mohammed V di consegnare una lista con i nomi di tutti i sudditi marocchini di fede ebraica. Il re si oppose a qualsiasi eventualità di deportazione e di discriminazione, e rispose che non esistevano in Marocco sudditi ebrei, ma solo sudditi marocchini».
Fu un gesto coraggioso, che «si iscrive nella tradizione di tolleranza che fa parte della storia della  monarchia di Rabat e della cultura di quel Paese dove convivono ebrei, cristiani e musulmani», come ricostruisce Marco Baratto, esperto di storia del Marocco e cultore della materia presso l’università Statale di Milano. Benché la Francia di Vichy, all’epoca occupasse parzialmente il territorio del Marocco, dove «aveva tentato di introdurre le stesse leggi anti-ebraiche che erano state approvate in Algeria», lo studioso spiega che vi fu «una duplice reazione: quella di Mohammed V, che pur non governando si oppose non solo non consegnando la lista dei cittadini marocchini di religione israelitica, ma compiendo anche due gesti simbolici». Innanzitutto l’invito rivolto dal monarca a «una rappresentanza della comunità ebraica marocchina» alla festa del trono negli anni Quaranta. Il gesto più clamoroso tuttavia «avvenne quando vollero imporre di indossare la stella gialla agli ebrei marocchini. Il re rispose che dovevano ordinarne dieci in più, che era il numero esatto dei membri della famiglia reale, i quali l’avrebbero indossata. Volle condividere di fatto la situazione dei suoi sudditi di religione israelitica, impedendo l’applicazione delle norme anti-ebraiche». Di conseguenza, «questa tolleranza venne recepita dalla popolazione, tanto che quando il governo di Vichy vietò agli ebrei di esercitare la libera professione, i musulmani li aiutarono. Così fu per gli avvocati musulmani che discutevano in aula le cause studiate da quelli ebrei. Si tratta di una tradizione di tolleranza che continua, se si pensa che due mesi fa si è tenuto in Marocco il primo convegno dedicato ai temi della Shoah, che a Casablanca c'è l'unico museo ebraico del mondo arabo e che re Mohammed VI ha un consigliere ebreo». Si tratta di Andrè Azoulay, che si batte da molti anni perché a Mohamed V, venga dedicato un albero nel Giardino dei Giusti in Israele, per essersi rifiutato di consegnare gli ebrei marocchini perché fossero inviati nei lager nazisti.
Erano gli stessi anni in cui il mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini, faceva da consulente ad Adolf Hitler per portare a compimento lo sterminio degli ebrei. 

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