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L'editoriale

Regioni a Statuto speciale,
è l'unico taglio da fare subito

14 Luglio 2012

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Gentile ministro, 

innanzitutto grazie per la cortese e sollecita risposta alla nostra apertura di ieri: si comportassero come lei anche altri suoi colleghi, forse l’azione di governo sarebbe più chiara e non  avremmo la sensazione di un distacco fra chi amministra la cosa pubblica e chi invece è amministrato, cioè noi contribuenti. Ciò premesso, veniamo al dunque e cioè a quanto spendono le Regioni a statuto speciale, le quali, mentre a causa della crisi tutti sono costretti a tirare la cinghia, proseguono nelle abitudini di sempre, assumendo migliaia di persone anche quando queste non servono. Lei dice che le cifre indignano e nella preparazione della spending review come esecutivo avete deciso di tagliare i trasferimenti destinati a Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli. Oltre 3 miliardi in meno da qui al 2014. Lei lo definisce un segnale chiaro,  un modo per operare un taglio immediato   ed efficace. 

Certo, ma sappiamo  tutti che un conto sono i bilanci di previsione, un altro quelli consuntivi. Voglio dire che il governo taglia, ma non è detto che in Sicilia diano un taglio ai vecchi sistemi clientelari. In tal caso  rischiamo solo di veder aumentato il debito che le Regioni sprecone hanno nei confronti dello Stato e nient’altro. Vede ministro, spesso nella mia carriera mi è capitato di riferire di riduzioni di spesa decise dal governo, ma alle dichiarazioni spesso non sono seguiti i fatti. Prova ne sia che gli sprechi sono continuati ad aumentare e a causa delle mancate riforme l’Italia ha rischiato e rischia la bancarotta. È di ieri la bocciatura di Moody’s, l’agenzia internazionale che dà i voti ai Paesi e dai quali non prescinde chi deve investire, segno che, a differenza di quanto qualcuno pensasse, non siamo affatto fuori dal tunnel, ma  poco più in là dell’ingresso e per uscire molto altro cammino servirà fare.

Leggo con piacere che anche secondo lei in questo modo non si può andare avanti, gli sprechi riguardano tutta la Penisola e sulle Regioni a statuto speciale si deve fare un’ampia riflessione. Nella lettera lei  lascia capire che forse è giunta l’ora di rivedere un sistema che crea figli e figliastri: alcune Regioni messe a dieta e altre che invece continuano a vivere nell’opulenza. Purtroppo, poi, lei conclude il suo ragionamento dicendo che i tempi per metter mano alla questione in questa legislatura non ci sono e dunque rinvia ogni cosa alla prossima. Ma sta proprio qui il problema: non è che nel corso degli anni nessuno si sia mai reso conto che in Sicilia il concetto d’autonomia si era trasformato soprattutto in indipendenza dai bilanci e dal buon senso, ma chi lo ha capito ha preferito rinviare al futuro la decisione su come chiudere il rubinetto.

Se le istituzioni finanziarie ci giudicano inaffidabili e ci retrocedono in serie B, con quel che ne consegue dal punto di vista dei tassi del nostro debito pubblico, è anche perché quando si tratta di prendere un provvedimento, da noi  servono anni e poi non è detto che alla fine lo si faccia come si dovrebbe. Basta vedere cos’è accaduto con la riforma dell’articolo 18: se ne discuteva dal 2001 e dopo violente battaglie si è arrivati al 2012, ma le misure rischiano di essere inefficaci se non addirittura controproducenti. Stessa cosa temo accadrà  con le spese che, come lei dice, hanno poco a che fare con la salute.  La spending review ha riscoperto il ruolo della Consip, cioè del centro unico di acquisto dei beni usati dalla pubblica amministrazione, Asl comprese. Peccato che invece di stabilire davvero una sola centrale ha lasciato in vita i tanti uffici regionali, i quali si comporteranno come hanno sempre fatto, ovvero non decidendo un solo prezzo per  un bene, in modo che sia uguale dalle Alpi alla Sicilia, ma prezzi diversi a seconda della Regione in cui l’acquisto avviene.

Ha senso il federalismo dei prezzi quando si tratta di un bene identico a Milano come a Palermo? Secondo me no.  Così come non ha senso che gli enti locali, a seconda di dove sorgono, godano di trattamenti diversi. Un tempo forse era giustificato l’aiuto a determinate Regioni di confine, per lo meno per tenere unita l’Italia. Ma oggi non è più così, non esiste più la necessità. Semmai c’è bisogno di eliminare trattamenti  di privilegio che sono incompatibili con il rigore. Abbiamo fatto l’Europa, imponendo a tutti i parametri di bilancio che piacciono alla Merkel. Beh, allora vediamo di fare anche l’Italia, imponendo a tutti le stesse regole.  Anche alla Sicilia e alla Val d’Aosta.

di Maurizio Belpietro

 

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Commenti all'articolo

  • eovero

    16 Luglio 2012 - 16:04

    sono già alla frontiera, sono a casa loro.

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  • eovero

    16 Luglio 2012 - 16:04

    di solito sono d'accordo con lei, questa volta meno, invece di tagliare le regioni a statuto speciale, facciamole tutte "speciali" sarebbe come fare il federalismo.....vedremo chi amministrerà meglio.

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  • giorgio_collarin

    14 Luglio 2012 - 21:09

    cambiamo le regole - diamo gratuitamente la sicilia agli stati uniti!!!; per loro sarebbe il 51esimo stato dell'unione!!! - alto adige: chi vuole passi all'austria!!!; lo si indenizzi e lo si accompagni alla frontiera!!! - via lo statuto speciale. che la regione sia amministrata come le altre!!!

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